Teofilo Folengo si presenta come l’esponente più rappresentativo di quella singolare forma di letteratura che fu la poesia “maccheronica”, i cui antecedenti si trovano nel latino intriso di vocaboli ed elementi volgari, tipico del periodo medievale. Il latino maccheronico fu gioco di intellettuali che sfruttarono l’aspetto paradossale, grottesco e comico, degli errori di grammatica e della mescolanza col volgare, per operare una parodia dell’elegante latino classico umanistico.
Teofilo Folengo nacque a Mantova nel novembre 1491, da una famiglia di nobili decaduti.
Nel 1508 entrò nell’ordine benedettino, presso il convento di Sant’Eufemia a Brescia, per poi passare per un breve periodo nel convento di San Benedetto Mantovano. Gli anni più importanti per la sua formazione furono quelli trascorsi, tra il 1513 e il 1516, nel convento di Santa Giustina a Padova, culla della poesia maccheronica.
Morì nel convento di Santa Croce Campese, presso Bassano, nel 1544.
Le opere
Si possono ritrovare varie redazioni delle Maccheronee. La prima risale al 1517 presso l’editore Paganini; la seconda uscì quattro anni dopo presso lo stesso editore ed è nota con il nome di Toscolana.
La terza edizione (conosciuta come Cipadense) vide la luce tra il 1539 e il 1540, mentre la quarta ed ultima, denominata Vigasio Cocaio, dal suo pseudonimo Merlin Cocai, uscì nel 1552 a Venezia.
Le quattro versioni delle Maccheronee risultano molto distinte: dall’opera nota come Paganini si giunge per gradi alla pienezza della Vigasio Cocaio che comprende la Zanitonella, il Baldus in 24 libri, la Moscheide ed una piccola scelta di epigrammi e lettere poetiche.
Le venti ricette di cucina del Baldus
La seconda redazione del Baldus, uscita nel 1521, contiene 20 ricette tipiche mantovane. Si nota tra esse la predominanza dei secondi, l’abbondante presenza di carni e di spezie e droghe. Si tratta di una cucina piuttosto elaborata, ricca di fritture e condimenti.
Ricetta prima
Un garzone ammucchia un paio di libbre di formaggio fresco, grattugiato con mano leggera, e insieme v’intride una dozzina di uova sbattute, cacate or ora dalle galline, e prepara due once di spezie fini; misura una mezza libbra di zafferano e di lardo fresco, e versa il tutto in un largo catino. Prende poi da una caldaia due capponi cotti e li spolpa; pulisce accuratamente le ossa e, quanto alle carni, le pesta per bene insieme con prezzemolo, o con menta, o con maggiorana, finché l’impasto, coi suoi vari ingredienti, sia diventato ben morbido e di tanti colori diversi ne pigli uno solo. Poi riprende le ossa, le avvolge con lo stesso impasto e, con reticella di porco, confeziona con cura delle polpette, che mette a friggere un pochino con grasso di cinghiale. Prende poi il bianco dell’uovo (a Mantova lo chiamano «chiara»), zafferano, spezie e sugo d’arance, e fa bollire il tutto in brodo di capponi, dai quali le ossa prendono sapore restituendo a un tempo il loro. Questo piatto vien posto in tavola sopra i taglieri, mentre col brodo si fanno delicate minestre.
Ricetta seconda
Un altro prende otto pollastri a mezza cottura e, dopo averli smembrati, li mette a friggere per bene nello strutto; vi sparge poi sopra polvere di zucchero, spezie, acqua rosata e un po’ d’agresto; piglia tre libbre di nocciuole macinate e vi aggiunge mezza oncia di zenzero e di zucchero. Pone il tutto a bollire per un momento, aggiuntovi un pezzetto di burro; insieme, in intingolo, fa scaldare i pollastri, i quali si possono condire allo stesso modo anche lasciandoli interi.
Ricetta terza
Con la mazzuola un altro pesta delle erbe odorifere; vi mescola assieme formaggio fresco e uova; addolcisce l’impasto con aggiunta di cannella, stemperando poi il tutto con latte di mandorle. Ne riempie poi i pollastri fra carne e pelle e li mette a lessare in un paiuolo, con acqua bollente, fino a quando l’impasto non diventi duro; dopo la bollitura i pollastri vengono conficcati in uno spiedo aguzzo e posti infine a cuocere vicino alle brace in lardo guazzante.
Ricetta quarta
Un altro, dopo aver cotto per bene le cervella di vitello, separa i rossi d’uovo dalle chiare e vi incorpora pinoli e uva passa. Fa poi passare il tutto attraverso uno staccio e lo pone a lessare in una pignattella di grassa brodaglia, adagio adagio, affinché tutto quanto non abbia a sperdersi nel brodo. Se questo piatto lo desideri dolce, il garzone vi mette dello zucchero; se lo preferisci brusco, vi distilla invece il succo d’agresto forte.
Ricetta quinta
Un altro cava dallo spiedo il fegato arrostito con la reticella e lo taglia a pezzettini; poi lo mette a guazzetto in una casseruola, con zucchero e acqua di rose e succo d’arancia e spezie.
Ricetta sesta
Un altro fa lessare sei pollastri, oppure otto, e li taglia tutti per il mezzo in due cuarti, ponendoli poi a cuocere in una comoda teglia piena di lardo fuso. Dopo di che prende vino acetoso e uve marinel, agresto e brodo giallo di grassume; toglie dal guscio la cipolla mordace, la taglia a pezzi e, facendola passare in acqua bollente, ne cava fuori tutto l’aspro; insieme col resto la pesta infine in un mortaio. Poi mette a friggere il tutto, aggiungendovi spezie e parecchia galanga: cosi si ottiene un piatto con un intingolo un po’ piccante.
Ricetta settima
Un altro scotta invece le pastinache, poi le infarina e le frigge nell’olio; e poi abilmente le cuoce nell’acqua insieme con agresto, aggiuntivi spezie e zenzero.
Ricetta ottava
Un altro piglia crespini, brodo grasso ed erbe odorifere, fa lessare e passa poi per uno staccio; rimette tutto al fuoco, aggiungendovi uova ben sbattute e un granello d’agresto crudo, uvetta passa, zafferano e zenzero piccante.
Ricetta nona
Un altro trae dalla caldaia i capponi lessati e li dispone sul fondo largo di un piatto di terra; vi sparge acqua di rose e poi zucchero in polvere abbondante; sopra vi pone un testo carico di brace. Eccellente è questo modo di cucinare i capponi.
Ricetta decima
Un altro prende dei pomi, li pulisce di dentro e di fuori, li mette a bagno nell’acqua e poi li fa scolare in un vaso di rame forato; e mescolandoli con brodo, con rossi d’uovo e con buone spezie, ottiene una minestra degna di Milano.
Ricetta decimaprima
Un altro mette a friggere lamprede pescate nelle acque del lago di Corno e poi piglia mollica di pane biscotto, mandorle, noci moscate e nocciuole, zenzero e pepe lungo e garofani forti, uve passe, zafferano e infine un po’ di cardamomo, di cinnamomo, ossia cannella; e macinando il tutto lo stempera con aceto bianco; dopo averlo posto a bollire sul fuoco, lo sparge da ultimo sulle lamprede.
Ricetta decimaseconda
Un altro sminuzza le rape in mille pezzetti e poi le fa bollire, le passa attraverso un ramaiolo forato, le pesta e le fa lessare in una caldaia di bronzo insieme con latte fresco, a cui aggiunge uova sbattute, zafferano, zucchero e altre spezie, per cui il tutto diventa eccellente.
Ricetta decimaterza
Un altro, tagliato minutamente un capretto crudo, vi spruzza sopra agresto e aggiunge lardo e cannella; fa un impasto, sopra il quale, non appena sia cotto, sparge uova sbattute con brodo o acqua rosata.
Ricetta decimaquarta
Un altro cuoce carne di cervo, poi immerge in aceto forte del pane abbrustolito con la sua crosta; dopo di che gratta una quantità di formaggio pari a cinque cipolle, taglia la carne a pezzetti, che fa friggere in lardo bianco; mescola il fegato cotto col pane messo a mollo e macina il tutto, stemperando con aceto; vi aggiunge miele, buone spezie e poi mette a bollire. Lascia freddare questa gelatina calda.
Ricetta decimaquinta
Un altro con arte mirabile confeziona un sapore di gamberi. Doverne cavate le uova, toglie i gamberi dal guscio, li pesta, vi fa re l’acqua a gocce; poi prende erba buona, rossi d’uovo, mollica di pane e pesta il tutto, ammorbidendolo con agresto e con un poco d’acqua. Lo rende piccante con spezie forti; e mette infine nel medesimo intingolo le uova che precedentemente aveva tolte dai gamberi.
Ricetta decimasesta
Un altro mescola fiori d’aneto con le mandorle, con zenzero, noci moscate e zucchero, e macina il tutto col pestello, senza smettere di spargervi aceto. Sopra carni di castrone è questo un ottimo condimento.
Ricetta decimasettima
Un altro poi fa lessare anguille o tinche molto grasse, le spolpa e le pesta accuratamente nel mortaio con prezzemolo, datteri, uva marina, spezie dolci e olio; e confeziona in questo modo una torta fatta per coloro che non hanno nessuna voglia di mangiar carne.
Ricetta decimaottava
Un altro ancora fa friggere i funghi tagliati a pezzettini in acqua e in lardo fresco; cavatili poi dalla casseruola, vi mescola formaggio e uova, zafferano e spezie; con questo si fa un’ottima torta.
Ricetta decimanona
Un altro passa per uno staccio le marasche acerbe, pestate senza noccioli; vi aggiunge cacio, latte, uova, buone spezie con zucchero fine, vi pesta dentro una tettina ben cotta di giovenca giovane. Non sparagna né acqua di rose né burro fresco; fa una torta sotto la quale è una crosta fatta con le chiare d’uovo; sopra vi sparge pinoli e cannella.
Ricetta ultima, sul modo di cucinare il nettare.
Ma a che scopo sto a tediarvi con queste lunghe chiacchiere? Soltanto lassù si fa il nettare divino. Molti bugiardi dicono che sia una bevanda, ma io dico di no e affermo che è un cibo in grazia del quale i morti potrebbero risuscitare. Al cuoco maggiore mastro Prosciutto, che sopraintende a ogni sguattero, è affidato il compito di confezionare questa nettarea vivanda. Mastro Prosciutto prende dunque dei capponacci larghi, gialli di grasso sulle spalle, e una pancetta di porco cotto a puntino in precedenza, zenzero puro, spezie e Fonnaggino Fresco, prezzemolo, menta e garofani piccanti. Dopo di che smembra i capponi, portati precedentemente a mezza cottura, li frigge e li cosparge di spezie; prende poi nocette di mandorle, di quelle che non si trovano sulla terra, bensì soltanto sull’Olimpo; e con queste frigge nuovamente i pollastri, aggiungendovi un po’ d’acqua. Mentre fervono queste faccende, piglia metà delle spezie di cui prima si è detto, aggiungendovi salvia e menta. Ne fa un pesto col quale confeziona dei tortelli che mette a friggere nello strutto fatto scolare attraverso una pezzuola sottile; vi sparge sopra spezie dolci e forti in polvere; poi disossa i datteri e li avvolge con lo zenzero, con cannella triturata e con garofani; ripone le spezie, i tortelli, i pezzi medesimi dei capponi cucinati, i datteri, l’uva marina, i pinoli mondati, tutto quanto in una sola padella: sul fondo aveva fatto una crosta, ne aggiunge un’altra in mezzo e su di esse pone le cose sopra descritte; poi vi aggiunge un’altra crosta piena di zucchero, fa scaldare il tutto adagio adagio coprendolo con un testo caldo e di tanto in tanto bagna la crosta con acqua di rose. Questo è il nettare. Della cucina ho già detto a sufficienza.
(realizzazione: Fabio Capelli e Enrica Pogliano)
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