LA COMUNICAZIONE NELLA SOCIETA’ MULTIETNICA – 9a lezione

Sull’obbedienza.

Le persone, quando sono costrette a confrontarsi con conoscenze percepite come disturbanti, cercano di difendersi arrivando ad adottare vere e proprie strategie di “immunizzazione cognitiva”. 
Z. Bauman

Prima di affrontare questo tema con i suoi molti e contradditori aspetti vediamo alcune considerazioni di Robert Trivers (un sociobiologo americano, professore di antropologia e scienze biologiche presso la Rutgers University, famoso tra le altre cose per i suoi studi sull’altruismo).    Sono tratte dal suo libro La follia degli stolti, pubblicato nel 2011.        

Perché tendiamo a banalizzare o a distruggere la verità?

Perché modifichiamo le informazioni che abbiamo acquisito in modo tale che alla coscienza arrivi il falso?

Perchè pratichiamo l’auto-inganno? 

Per Trivers, siamo tutti bugiardi, e non mentiamo solo agli altri, ma anche a noi stessi, approfittando di ogni occasione.   

Succede in continuazione: durante una relazione sentimentale, al tavolo di una trattativa di affari, nella vita corrente, a scuola, al bar con gli amici. 

In ogni momento inganno e auto-inganno possono allontanarci così tanto dalla realtà da indurci verso situazioni catastrofiche, come avviene e di frequente nell’ambito dell’attività politica o militare.    

Ma se questo è vero perché l’inganno ha un ruolo così importante nella nostra vita quotidiana?  

Molti antropologi sostengono che la menzogna è la forma più efficace di comunicazione umana e che l’auto-inganno si sviluppa in funzione dell’inganno.   

Vale a dire, impariamo a ingannare noi stessi al solo scopo di essere capaci di ingannare meglio gli altri.

Di fatto falsità, menzogne, bugie sono presenti a ogni livello della vita sociale. 

Di fatto ingannano, più o meno, tutte le forme viventi, dai batteri, alle piante, dagli insetti a un gran numero di specie animali.

Ingannano i virus  – cheimitano il comportamento dell’organismo che li ospita. 

Inganna l’uomo che nel ricordo distorce e altera (il più delle volte intenzionalmente) i dettagli di ciò che ai suoi occhi è spiacevole o doloroso. 

L’etologia e le scienze sociali hanno dimostrato che l’ingannatore riesce spesso a prevalere sugli altri, ma questo non può essere considerata un’attenuante.   

Tra l’altro il nostro sistema sensoriale si è evoluto nel corso dell’evoluzione fino a trasmetterci una visione precisa e particolareggiata della realtà, ma spesso queste informazioni sono soggettivamente percepite in modo da risultare ambigue.   

In pratica, siamo diventati tanto abili da riuscire a negare la verità a noi stessi. 

Per esempio:

– Proiettiamo sugli altri caratteristiche che in realtà ci appartengono e poi le biasimiamo.    

– Reprimiamo i ricordi dolorosi, creando ricordi completamente falsi. 

– Giustifichiamo, se ci fanno comodo, comportamenti immorali. 

– Manovriamo abitualmente per riuscire ad avere un’opinione lusinghiera di noi stessi, così come siamo in grado di mettere in atto tutta una serie di meccanismi di difesa dell’ego.  

Molti di questi atteggiamenti, come dice la psicologia, possono avere degli effetti negativi sul nostro equilibrio psicofisico.    

Perché allora svalutiamo o fuggire la verità?

Perché modifichiamo le informazioni acquisite in modo che alla coscienza arrivi il falso?  

E poi, perché l’evoluzione avrebbe dovuto favorire i nostri organi di percezione per poi farci distorcere sistematicamente le informazioni raccolte?  

Qual è il vantaggio evolutivo dell’auto-inganno? 

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Lasciamo ad ognuno noi stessi il compito di riflettere su queste osservazioni di Rovert Trivers e spostiamo l’attenzione sul tema dell’obbedienza.   

Si definisce influenza sociale la pressione che si esercita – in forme più o meno lecite e evidenti – sulla società per alterarne la percezione, le opinioni, gli atteggiamenti o i comportamenti. 

L’influenza sociale, va da se, può esercitarsi sia sui gruppi che su dei soggetti isolati. 

Questa pressione, in generale, ha l’obiettivo di indurre gli individui a obbedire, a non trasgredire o a restare passivi.  Diciamo che è una forma di domesticazione sociale.

Va aggiunto che grazie alla natura sociale dell’uomo, la pressione che si esercita sui membri di un gruppo risulta quasi sempre più efficace ed economica di quella che si esercita sul singolo individuo. 

L’influenza sociale utilizza strategiee strumenti diversi a seconda che sia esercitata da una maggioranza o da una minoranza

Nel primo caso (quando è agita da una maggioranza) l’obiettivo dell’influenza è di indurre al conformismo e ha quasi sempre una forma soft,caratterizzata dalla compiacenza. 

Nel secondo caso ha spesso come obiettivo il cambiamento e di, conseguenza, determina o accentua gli antagonismi. 

Dal punto di vista del soggetto possiamo elencare otto atteggiamenti per i quali questo soggetto può cedere o resistere all’influenza esercitata: 

Può cedere per accondiscendenza, nascondendo le proprie convinzioni per evitare un conflitto. 

Può cedere per accettazione, vale a dire, mutando il proprio punto di vista. 

Può cedere per identificazione, quando il soggetto è affascinato da chi ha provato a influenzarlo. 

Può cedere per interiorizzazione, quando il soggetto si appropria dei contenuti dell’influenza a cui è stato sottoposto.  In questo caso il condizionamento è più duraturo e radicato.    

Di contro: 

– Il soggetto può contrastare le opinioni che riceve anche se non lo convincono.    

– Può mostrarsi insensibile, cioè tirare dritto per la sua strada in modo indipendente. 

– Può reagire emotivamente, è il caso in cui il soggetto, pur non condividendo i contenuti dell’influenza, si sente emotivamente attratto da essi.   

– Infine, i soggetti coerenti e motivati possono tentare di influenzare a loro volta chi vuole influenzarli.

Ma chi è che cosa influenza chi. 

-Per cominciare, l’altro da noi, un amico, un conoscente, un vicino di casa, una persona verso la quale ci lega dell’affetto o un’ autorità com’è quella genitoriale. 

– Il gruppo a cui siamo legati, qualunque sia la sua natura. 

– Le situazioni che viviamo.  Considerato che noi pensiamo e agiamo in relazione con l’ambiente e le circostanze.           

– In particolare ci influenzano le forme dell’autorità riconosciuta, che possono esercitare una pressione informativa in cui il soggetto finisce per riconoscersi e sentirsi legittimato. 

Ecco perchè l’influenza sociale, come osservò a suo tempo Tocqueville, ha spesso il volto della dittatura della maggioranza. 

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 Alexis Henri Charles de Tocqueville (1805-1859) è statoun filosofo, un politico, un giurista e un magistrato di Francia, laico e liberale, studioso dei sistemi democratici. 

Ricordiamo che da qualche anno la rilettura dei suoi scritti lo ha rivalutato anche come uno dei fondatori del pensiero sociologico.  ______________________________________________________________________________

Secondo Tocqueville la dittatura o il dominio della maggioranza è il principale limite della  forma democratica, il suo lato oscuro.   

Come osservò nei suoi scritti là dove c’è una sistema democratico la maggioranza finisce per decidere per tutti, ignorando o sottovalutando il punto di vista espresso dalla minoranza

Un punto di vista che, non può essere escluso in partenza perché potrebbe essere più autorevole o altrettanto importante di quello della maggioranza. 

Tra l’altro, questo, è il tipico argomento che rende scettico verso la democrazia il pensiero liberale. 

Tuttavia, lo stesso Tocqueville – che studio sul campo il sistema democratico americano – osservò come nelle democrazie mature i diversi punti di vista espressi dalle forme associate (come sono i partiti, i movimenti o i raggruppamenti) possono fungere, anche con l’aiuto dei mezzi di comunicazione, da anticorpi e da contrappesi.   

In ogni modo, il comportamento gregario e il consenso apparente sono due dei risultati più diffusi dell’obbedienza sociale acritica. 

A questo proposito in psicologia sociale si definisce “effetto gregge” quel comportamento per il quale un gruppo di individui assume lo stesso atteggiamento senza che ci sia tra di loro alcun coordinamento. 

Il riferimento al gregge dipende dal fatto che molte specie animali tendono ad assumere comportamenti identici, soprattutto per difendersi dalla predazione

Va sottolineato che il comportamento gregario – soprattutto grazie all’azione dei media – ha un grosso peso sulla formazione delle mode e dei risultati elettorali, così come in molti casi di violenza collettiva, di demonizzazione del diverso, di persecuzione delle minoranze. 

L’espressione comportamento gregario è spesso usato, oggi, per definire i comportamenti che si tengono nel corso delle manifestazioni politiche o sportive, soprattutto quanto i gruppi che vi partecipano sono coordinati tra di loro. 

L’idea che possa esistere una mente di gruppo o che la folla sviluppi un proprio comportamento venne elaborata soprattutto da alcuni psicologi sociali francesi negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

In particolare da Gabriel Tarde e Gustave Le Bon, e ampiamente adottata (questa idea) dai politici di estrema destra e dagli apparati di governo e di polizie repressive.

A parte ciò vengono spesso accusati di assumere un comportamento gregario i seguaci di molti culti religiosi, soprattutto quelli di natura esoterica con una leadership carismatica.   

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Vediamo adesso un altro fenomeno legato al tema dell’obbedienza e del consenso, precisamente l’effetto del falso consenso.

In che cosa consiste? 

Nella tendenza a proiettare sugl’altri il proprio modo di pensare. 

Tutti noi abbiamo spesso incontrato delle persone convinte che gl’altri la pensano o devono pensarla come loro. 

Questa presunzione, in genere, è statisticamente infondata e può indurre in errore, vale a dire a pensare di possedere un consenso che non esiste. 

In altri termini possiamo definirla un errore ideologico. 

Questa falsa percezione del consenso induce finisce spesso – soprattutto i movimenti politici estremisti o radicali – a sovrastimare la reale adesione alle loro idee e la credibilità dei loro valori.  Da qui molti degli errori che si commettono nelle previsioni elettorali. 

Il falso consenso ha poi un risvolto importante nel fenomeno dell’ignoranza pluralistica

È il caso di un individuo che disapprova in privato una convinzione o un’abitudine e che invece si trova – per le ragioni più diverse – a doverla appoggiare in pubblico. 

L’esempio di scuola, quello dello studente e delle bevande alcoliche. 

L’ignoranza pluralistica, com’è dimostrato dai test effettuati nelle università americane,  può indurre uno studente a bere in modo eccessivo perché crede che tutti gl’altri studenti lo facciano, mentre in realtà molti di questi studenti vorrebbero evitare di ubriacarsi, ma nessuno comincia a farlo per il timore di essere emarginato o preso in giro.     

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Vediamo in breve la teoria dell’identità sociale.

Questa teoria (in inglese Social Identity Theory o, in forma abbreviata,  SIT) rappresenta uno dei principali modelli, della psicologia sociale contemporanea, per la comprensione delle dinamiche funzionali che regolano le relazioni tra i gruppi. 

La SIT è stata sviluppata in Inghilterra da Henri Tajfel e John C. Turner a partire dagli anni ’60 del secolo scorso e si è in seguito strutturata nell’ambito della psicologia cognitiva applicata ai gruppi, sia in ambito europeo che nordamericano. 

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Henri Tajfel (vero nome, Hersz Mordche) (1919-1982) è stato un importante psicologo inglese di origine polacca. 

John Charles Turner (1947-2011) è stato uno psicologo sociale inglese. 

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Le prime ipotesi teoriche della Social Identity Theory partono dal lavoro di Tajfel sul cosiddetto paradigma dei gruppi minimali, ovvero, sulle modalità di costituzione dei processi di discriminazione e di auto segregazione nei gruppi. 

Tajfel, su questo tema, elaborò un esperimento, suddivise in due gruppi i soggetti da sottoporre ad esso, li suddivise in base a delle differenze minime e superficiali

Per esempio, una di queste differenze era la predilezione estetica per i dipinti di Klee rispetto a quelli di Kandinskij. 

Dopo un certo tempo osservò, come e del tutto spontaneamente, i soggetti assegnati ai due gruppi iniziassero in pochissimo tempo a auto-percepirsi come un gruppo diverso, migliore se confrontato con l’altro

Il risultato fu che ben presto i membri del primo gruppo venivano genericamente preferiti ai membri del secondo gruppo e viceversa. 

La tendenza a creare delle distinzioni del tipo “noi/loro” nel contesto delle relazioni tra gruppi diversi – anche se fondata su delle motivazioni del tutto superficiali – emerse da questo esperimento come un processo psicologico istintivo (pulsionale), immediato e generalizzato.

Con questo esperimento si è verificato il fatto che il gruppo umano è uno dei luoghi di origine dell’identità sociale

Possiamo aggiungere che è ritenuta spontanea nell’uomo la tendenza a costituire gruppi, a sentirsene parte e a distinguere il proprio gruppo di appartenenza da quelli di non-appartenenza, mettendo in luce dei meccanismi di bias cognitivo.

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Vediamo questa espressione in dettaglio.  

Il bias (pron. ‘baiəs) è un’espressione inglese, che alla lettera significa inclinazione.

Nel linguaggio comune lo si può definire un pregiudizio.

In psicologia cognitiva il bias identifica un giudizio o un pregiudizio non necessariamente corrispondente all’evidenza.  

Un pregiudizio che viene sviluppato sulla base delle informazioni che si possiedono, anche se non connesse tra loro in modo razionale e conseguente, che induce ad un errore di valutazione o ad una mancanza di oggettività nell’esprimere un giudizio. 

Un pregiudizio che quasi sempre si traduce in un atteggiamento di favoritismo per il proprio gruppo. 

In psicologia si dice che la mappa mentale d’una persona presenta dei bias quando è condizionata da concetti precedenti, non necessariamente connessi tra loro da legami logici o cognitivi. 

Il bias, poi, proprio perché contribuisce alla formazione del giudizio, in genere deforma in modo significativo un’ideologia, un’opinione o un comportamento. 

Considerato il modo con cui si formano i processi cognitivi, i bias non sono facilmente eliminabili, ma possono essere valutati a posteriori (per esempio con l’analisi statistica) o correggendo la percezione per portarne alla luce gli effetti distorsivi. 

Sinteticamente si può dire che questo processo è influenzato soprattutto dai seguenti fattori:

– Dall’esperienza individuale.

– Dal contesto culturale e dalle credenze. 

– Dal giudizio altrui.

– Dalla paura di una scelta che comporti un danno. 

Va aggiunto che, se da una parte questi fattori consentono di prendere una decisione in tempi piuttosto brevi, dall’altra, ne possono minare la validità.

Questo perchè in linea generale ogni persona cerca di valutare la situazione che sta vivendo in funzione delle esperienze passate, spesso sottovalutando le differenze, al fine di riutilizzare i criteri adottati in precedenza.    

Va da se che sottostimare queste differenze finisce per invalidare il giudizio finale.

In generale la strategia che mettono in campo gli individui tende a svalutare o ad omettere determinate circostanze, se nella loro esperienza culturale sono viste come tabù o come dei valori negativi, e a sovrastimare il ruolo di quei fattori ritiene siano valori positivi.

In linea di massima le capacità cognitive sono predisposte per agire sulla base di mappe o schemi mentali validi per affrontare buona parte delle situazioni della vita corrente. 

Esistono però delle situazioni che possono essere affrontate correttamente solo uscendo dalle mappe mentali consolidate. 

Se non lo si riesce a fare sicade in errore, soprattutto quando si affrontano circostanza sconosciute. 

C’è un’ulteriore importante considerazione. 

Nella vita corrente la paura di assumere una decisione errata può portare a prendere la decisione errata, come è dimostrato dal celebre paradosso delle profezie che si auto avverano

In altri termini, una previsione che si  auto-avvera, o che si auto-determina, è una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata pensata.

Questo perché predizione ed evento sono in una relazione dialettica, secondo la quale la predizione finisce per generare l’evento e l’evento verifica la predizione.

Due esempi.  Come avviene spesso nell’ambito del mercato finanziario, se esiste la convinzione che sia imminente un crollo dei titoli, gli investitori possono perdere fiducia e mettere in atto una serie di reazioni che possono causare realmente questo crollo.  

In una campagna elettorale, un candidato che mostra di non essere convinto nella sua vittoria può indurre apatia o rassegnazione nei suoi potenziali elettori, apatia o rassegnazione che finiscono per concretizzarsi in una riduzione della sua base elettorale. 

Più in generale, come afferma la psicologia, una profezia che si auto-adempie si ha quando un individuo, convinto o spaventato dall’idea che possano verificarsi determinati eventi, altera il suo comportamento in un modo tale dal finire per causarli.  

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Vediamo adesso l‘esperimento di Rosenhan.

David Rosenhan (1929-2012) è stato un professore di psicologia presso la Stanford University di Santa Clara in California.    

Rosenhan eraconvinto che le categorie sociali di salute e di malattia mentale si basassero su dei dati obiettivi considerati in modo riduttivo o errato. 

In breve, pensava che il conferimento dello status di malato ad un individuo era per lo più il risultato di una costruzione sociale e, come tale, il più delle volte arbitraria.  

Rosenhan si pose la domanda se, per la diagnosi di malattia mentale, contassero di più le caratteristiche dei pazienti o quelle del contesto nei quali si trovano durante l’elaborazione della diagnosi (il reparto psichiatrico, nella maggior parte dei casi).

Per verificare questa sua idea otto tra i suoi collaboratori di Rosenhan si rivolsero ad alcuni ospedali in diverse città degli Stati Uniti chiedendo di essere ricoverati. 

Si trattava di un gruppo composto da una casalinga, uno studente di psicologia, tre psicologi, un pediatra ed uno psichiatra. 

Dopo aver chiesto un appuntamento, questi pseudo-pazienti si recarono all’accettazione dei reparti ospedalieri denunciando di “sentire delle voci”. 

Questa fu la sola bugia che costoro raccontarono agli psichiatri dell’accettazione, oltre a non rivelare le loro vere professioni. 

Per il resto fornirono delle informazioni veritiere sulla loro vita, le loro abitudini, la loro famiglia, con una descrizione di sé stessi che li faceva apparire come assolutamente “normali”.

Contrariamente ad ogni logica, tutti e otto furono ricoverati nei reparti psichiatrici a cui si erano rivolti e, nonostante una volta giunti in reparto avessero denunciato la loro finzione, spiegando il perchè l’avessero fatto, furono trattenuti a lungo per essere alla fine dimessi con una diagnosi di schizofrenia in remissione.

Sorpreso del risultato ottenuto, David Rosenhan effettuò una controprova. 

All’equipe medica di un ospedale psichiatrico che conosceva le sue ricerche e che riteneva non potesse cadere in errori così grossolani, comunicò, che nei successivi tre mesi, avrebbe inviato presso di loro uno o più falsi pazienti

Nei tre mesi successivi, su centonovantatre pazienti ammessi all’ospedale, quarantuno vennero individuati dall’equipe come “simulatori”, solo che Rosenhan non aveva inviato nessun falso paziente, come aveva preannunciato, bluffando. 

L’esperimento di Rosenhan e, per certi versi, analogo a quello di Asch

Il test di Asch è stato un esperimento di psicologia sociale condotto nel 1956 dallo psicologo polacco Salomon Asch (1907-1996).

L’assunto di base di questo esperimento consisteva nel fatto che per Asch la condizione di membro di un gruppo era una condizione sufficiente ad alterare il comportamento e, in una qualche misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona. 

L’esperimento aveva come scopo primario quello di valutare la possibilità di influire sulle percezioni e sul giudizio di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà.  

Ricordiamo, en passant, che questo test di Asch influenzò Stanley Milgram (che fece il suo dottorato con Asch) e le sue successive ricerche.

L’esperimento

I due interrogativi da cui partì Asch nel suo esperimento sono: 

1 – Quale grado di autonomia conservano le persone quando sono messe di fronte a una pluralità di individui che esprimono unanimemente valutazioni diverse dalla sua?

2 – Quali condizioni limitano gli effetti che la pressione del gruppo esercita sull’individuo?

Il protocollo dell’esperimento prevedeva che otto soggetti, di cui sette collaboratori diretti di Asch, all’insaputa dell’ottavo (il soggetto sottoposto all’esperimento), si incontrassero in un laboratorio, per quello che era stato annunciato come un normale esercizio sulla visione. 

Lo sperimentatore mostrava a questi soggetti un foglio con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente mentre su un’altro foglio vi era disegnata un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda.

Poi chiedeva ai soggetti, iniziando dai sette soggetti complici, quale fosse la linea di lunghezza uguale nelle due schede. 

Dopo un paio di prove, alla terza serie di domande i setti collaborati di Asch iniziarono a rispondere in maniera palesemente errata.

Il soggetto sottoposto all’esperimento, che rispondeva per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi cominciava a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata data dalla maggioranza che aveva risposto prima di lui. 

In sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta, questo soggetto decideva, consapevolmente e a dispetto di ogni logica, di assumere la posizione dalla maggioranza.

Salomon Asch verificò che solo pochi soggetti all’esperimento furono capaci di sottrarsi alla pressione del gruppo, dicendo ciò che vedevano e non ciò che sentivano di “dover” dire.

Per riassumere. 

Il venticinque per cento dei partecipanti non si conformò alla maggioranza. 

Il settantacinque per cento si adeguò almeno una volta alla pressione del gruppo. 

Il cinque per cento dei soggetti si adeguò ad ogni singola ripetizione della prova. 

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Che cos’è – in questa ottica – la conformità sociale.

Si definisce conformità sociale il risultato sull’individuo di fattori che tendono a uniformare il suo comportamento a quello del gruppo di appartenenza o del sistema sociale in cui vive. 

In linea generale, gli individui – nel corso del processo di interazione con l’ambiente, con i gruppi e i sistemi socio-culturali di riferimento – tendono a sviluppare schemi e sistemi di regole che orientano il loro comportamento.

Schemi e sistemi che normalmente vengono interiorizzati attraverso i meccanismi di socializzazione e che finiscono per diventare dei riferimenti normativi. 

Tali schemi e sistemi appaiono come credenze condivise e rappresentano dei criteri di giudizio e di azione in riferimento a come ci si deve comportare socialmente.   

Queste credenze possono essere sia manifeste che implicite e generano un comportamento uniforme, seguendo un percorso auto-referenziale. 

In linea di massima possiamo dire che molti dei nostri comportamenti sono determinati da tali norme, anche se non ne siamo consapevoli. 

In altri termini, il nostro agire si adatta spontaneamente alle norme, ma una tale conformità non viene percepita dal soggetto che il più delle volte è convinto di stare agendo liberamente.

Un fattore di conformità rilevante deriva dall’appartenenza a un gruppo

Vale a dire gli individui tendono a modellare il loro comportamento su quello dei gruppi di appartenenza, come la famiglia, gli amici, la fede religiosa, il partito politico, eccetera.   

Anche il ruolo ricoperto in un sistema o in una organizzazione pubblica e le autorità che si riconoscono come legittime sono fattori che producono conformità

In questo contesto la persuasione può essere definita l’arte di modificare l’atteggiamento o il comportamento altrui attraverso uno scambio di idee. 

A differenza di altri sistemi di convincimento la persuasione utilizza solamente le parole o il linguaggio del corpo per mettere l’interlocutore in uno stato d’animo specifico.

La parola persuasione appare spesso connotata in modo negativo, questo fatto oggi, è dovuto all’utilizzo esagerato e poco etico che ne fanno i persuasori al servizio di interessi di parte o commerciali. 

Uno dei mezzi più importanti di persuasione sono oggi i nuovi mass media, in particolare, i sistemi digitali.    

In sintesi, la persuasione, assieme all’azione della suggestione, è il mezzo ideale per la propaganda e il plagio. 

Uno degli studi più importanti su questi fenomeni è costituito dal testo di Stanley Milgram sull’obbedienza pubblicato negli Stati Uniti nel 1974. 

Questo testo è stato pubblicato in italiano nel 2003 con il titolo: Obbedienza all’autorità.  (Edizioni Einaudi). 

Chi è Stanley Milgram?

È statouno psicologo americano(New York 1933 – 1984) che trascorse la prima parte della sua carriera di ricercatore e professore presso le università di Yale e di Harvard per poi trasferirsi alla City University di New York. 

È l’ideatore di sofisticate tecniche di ricerca nel campo delle scienze sociali e autore di vari contributi che riguardano la qualità della vita nelle grandi metropoli. 

Si occupò in particolare della relazione tra il potere di condizionamento esercitato dai new media e i comportamenti antisociali. 

Il suo nome è legato agli studi riguardanti la determinazione del comportamento individuale in relazione a un sistema gerarchico e autoritario che impone obbedienza

L’esperimento di Milgram ovvero una riflessione sull’obbedienza.

Il verbo obbedire viene dal latino, significa prestare l’orecchio, essere sottomesso.

Si ubbidisce per una infinità di motivi, per forza, per calcolo, per abitudine, per soggezione, per ignoranza, per devozione, per rispetto, per amore…

Prima di entrare in argomento ricordiamo due grandi studiosi che hanno affrontato questi temi. 

Il primo è Étienne de La Boétie (1530-1563).  È stato un filosofo e uno scrittore politico francese amico di Michel de Montaigne, autore di un “Discorso sulla servitù volontaria” nel quale sostenne che l’obbedienza è anche la causa e non solamente l’effetto della sottomissione. 

Questa osservazione fa capire perché è uno dei pensatori più amati dagli anarchici e uno degli autori più citato da i movimenti non-violenti o della disobbedienza civile. 

Il secondo è Thomas Hobbes (1588 – 1679), filosofo e matematico inglese, autore (nel 1651) dell’opera di filosofia politica il Leviatano

Hobbes oltre alla teoria politica si interessò e scrisse di storia, di geometria, di etica e di economia. 

Fu un acuto osservatore della natura umana che descrisse come sostanzialmente competitiva e egoistica, esemplificata da una sua affermazione che oggi citiamo come se fosse un proverbio.   Homo homini lupus, “ogni uomo è lupo per l’altro uomo”. 

L’esperimento di Stanley Milgram è all’apparenza un tipico test di psicologia, com’erano di moda negli Stati Uniti negli agli ’60 del secolo scorso. 

Nel 1961 realizzò questo test presso i locali dell’Interaction Laboratory dell’Università di Yale. 

L’obiettivo era quello di verificare il livello di corrispondenza agli ordini impartiti da un’autorità, nel momento in cui tali ordini entrano in conflitto con la coscienza e la dimensione morale di chi li riceve.  

L’obiettivo era studiare il comportamento di soggetti a cui un’autorità – nella fattispecie un professore di università – imponeva di eseguire delle azioni contrarie ai valori etici e morali dei soggetti stessi. 

Va ricordato, per meglio inquadrare questo esperimento, che nell’aprile del 1961 a Gerusalemme era cominciato un processo che, per forza di cose, finì per politicizzare questo esperimento, aprendo le porte a molte polemiche anche in considerazione del fatto che Milgram era ebreo e che era già stato al centro di altre controversie per il suo atteggiamento spregiudicato nei confronti del mondo accademico.     

Questo processo riguardava un criminale di guerra nazista Adolf Eichmann.

In breve.  Eichmann durante il Terzo Reich era stato un importante membro del partito nazista e un esperto della questione ebraica. 

Nel corso di quella che fu chiamata la soluzione finale organizzò lo smistamento e il trasporto ferroviario di milioni di ebrei, comunisti, gay, rom, malati di mente nei vari campi di concentramento. 

Alla fine della seconda guerra mondiale fu dichiarato un criminale di guerra, ma riuscì, fuggendo, a sottrarsi al processo di Norimberga.   

Si nascose in Argentina dove qualche anno dopo i servizi di sicurezza dello stato di Israele (Mossad) riuscirono a localizzarlo e a trasferirlo a Gerusalemme per processarlo.

Va sottolineato che tutto il processo si svolse intorno a questo interrogativo:

È possibile che Eichmann e le migliaia di persone che lo aiutarono stessero semplicemente eseguendo degli ordini e che li eseguissero a prescindere dal fatto che fossero moralmente giusti o criminali?

Ricordiamo che la stessa domanda compare in uno dei libri più importanti di Hannah Arendt, che seguì il processo come corrispondente del New Yorker e in seguito raccolse queste corrispondenze in un libro intitolato, La banalità del male.  Eichmann a Gerusalemme.

La Arendt (Hannover 1906 – New York 1975, allieva di Martin Heidegger, è uno dei filosofi sociali più importanti e stimati del ‘900, autrice di molti saggi di teoria politica sulle radici dell’autoritarismo.   

Veniamo all’esperimento. 

I partecipanti furono reclutati sia tramite un annuncio su un giornale locale, sia tramite alcuni inviti spediti per posta a delle persone il cui indirizzo era stato ricavato dalle guide telefoniche.  

Il campione selezionato risultò composto da maschi di varia estrazione sociale di età compresa tra i venti e i cinquanta anni.  

Fu loro formalmente comunicato che avrebbero partecipato – dietro una ricompensa – ad un esperimento sulla memoria e il modo di stimolare l’apprendimento. 

Per cominciare il direttore del test insieme ad un suo collaboratore assegnarono, per sorteggio, i due ruoli. di allievo e di insegnante.

Solo che il sorteggio era truccato e il soggetto, che aveva risposto all’annuncio per il test, era sempre sorteggiato come insegnante mentre il collaboratore del direttore del test era sempre sorteggiato come allievo

I due soggetti venivano poi condotti in un laboratorio diviso in due locali.    

L’insegnante – cioè il partecipante all’esperimento – era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica. 

Il quadro di questo generatore era composto da trenta interruttori a leva messi in fila. 

Sotto ogni interruttore era scritto il voltaggio, che andava dai quindici volt del primo fino ai 450 volt del trentesimo

Sotto ogni quattro interruttori compariva la scritta: 

– Scosse leggere. 

– Scosse medie. 

– Scosse forti. 

– Scosse molto forti.

– Scosse intense. 

– Scosse molto intense. 

– Infine, sotto gl’ultimi due interruttori compariva la scritta, attenzione scosse molto pericolose

All’insegnante – il partecipante al test – veniva fatta provare la scossa di 45 volt e poi gli veniva illustrato quello che doveva fare.  

Il compito consisteva nel leggere al finto allievo –  un collaboratore di Milgram, sistemato nell’altro locale –  delle coppie di parole semplici e in qualche modo correlate tra loro, come scatola rossa, giorno sereno, viaggio felice, eccetera. 

Il finto allievo doveva ripetere la seconda parola della coppia – inquesto caso, rossa, sereno, felice – e accompagnarla da altre quattro parole associabili

Per esempio, rossa poteva essere associata ad automobile, a rapa, a scatola, a lampadina. 

L’insegnante avrebbe poi deciso se le risposte erano corrette. 

Nel caso le risposte fossero state ritenute errate doveva infliggere una punizione aumentando l’intensità della scossa ad ogni errore.   

Il finto allievo, era legato ad una sedia munita di morsetti elettrici che gli erano stati fissati al polso e collegati al generatore di corrente che l’insegnante poteva manovrare dalla sua postazione. 

Questi, d’accordo con il direttore dell’esperimento, doveva rispondere alle domande e sbagliarne di tanto in tanto qualcuna in modo da essere sottoposto alle scosse elettriche, che naturalmente non riceveva, ma che doveva simulare di ricevere

In altre parole doveva lamentarsi e implorare che la smettessero con l’esperimento, simulando dolore, gridando e divincolandosi. 

Tutto questo fino a 330 volt

Raggiunto questo limite doveva fingere di svenire.   

A fianco dell’insegnante –  cioè, al soggetto sottoposto al test – c’era Milgram nel ruolo di direttore dell’esperimento, che ad ogni eventuale obiezione sulle scosse che infliggeva gli rispondeva con delle frasi standard: 

– l’esperimento richiede che lei continui. 

– lei è stato pagato e quindi dobbiamo andare avanti. 

– è assolutamente indispensabile proseguire. 

– guardi che lei non ha altra scelta che proseguire. 

Il grado di obbedienza – che era lo scopo del test – era stabilito in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di rifiutarsi di proseguire nella prova. 

Va aggiunto, per correttezza, che alla fine di ogni test era rivelato al soggetto, a cui era stato assegnato il ruolo dell’insegnante, che l’allievo non aveva ricevuto nessuna scossa e per tranquillizzarlo gli veniva detto che il suo comportamento era stato normale e che tutti gli altri partecipanti avevano reagito come lui. 

Questo per evitare contestazioni o il manifestarsi di sensi di colpa.

Contrariamente anche a quello che era stato previsto un numero altissimo dei quaranta soggetti sottoposti all’esperimento – nononostante avessero mostrato segni più o meno forti di tensione ed avessero protestato a parole – obbedirono diligentemente al direttore del test.   

Questo imprevisto e sorprendente grado di obbedienza (che di fatto aveva indotto i partecipanti a violare i propri convincimenti morali), obbligò Milgram e il suo staff a riflettere su quello che avevano costatato e ad avanzare delle ipotesi. 

Una di queste ipotesi sosteneva che l’obbedienza può essere indotta da una figura autoritaria che, chi la subisce, considera autorizzata e legittimata a dare ordini

In pratica, questa figura autoritaria può indurre, con l’autorità che le è riconosciuta, uno stato eteronomico, cioè, a un comportamento che, anche se il soggetto vive come un’imposizione, accetta ritenendosi un semplice strumento per eseguire l’ordine. 

(Lo stato eteronomico, in filosofia è definito come la dipendenza da leggi o criteri estranei o esterni alla volontà del soggetto, specialmente in campo morale).

Questo stato di cose si realizza quando il soggetto percepisce l’autorità come legittima e superiore  – nel caso di questo esperimento era il riconoscimento della competenza universitaria.     

È una situazione che si verifica soprattutto in due circostanze: 

– quando per educazione o per condizione sociale l’obbedienza all’autorità fa parte dei processi di socializzazione del soggetto

– quando si cede alle pressioni culturali o ideologiche che fanno apparire la disobbedienza un comportamento asociale

Milgram, in seguito, ripeté questo test più volte, variando gli scenari, le circostanze e le distanza fisica tra i protagonisti del test, fino al caso dell’insegnante – cioè il soggetto sottoposto al test – che era informato di ciò che sarebbe successo durante l’esperimento ma non era in grado di vedere le contorsioni, né di udire i gemiti del finto allievo. 

Per riassumere i risultati:  Oltre il sessantacinque per cento dei soggetti andò avanti fino alla scossa più grave e, nonostante le polemiche che questo esperimento sollevò, tutte le volte che fu ripetuto il risultato non cambiò mai di molto da quello del 1961. 

In pratica, con questo test, Milgram dimostrò che l’obbedienza dipende in massima parte dalla “re-definizione” che il soggetto fa del significato della situazione che sta vivendo.

Questo perché ogni situazione vissuta è caratterizzata da una sua ideologia che definisce e interpreta il significato degli eventi che vi accadono. 

Ed è proprio questa ideologia che fornisce il punto di vista (o l’alibi) grazie al quale i singoli elementi che compongono la situazione (che si sta vivendo con disagio) acquistino una loro coerenza e giustificazione. 

In linea generale si può affermare che quando c’è un contrasto tra ciò che pensiamo sia giusto e le circostanze – che ci spingerebbero ad assumere un comportamento diverso – finiamo nella maggior parte dei casi per comportarci in base a ciò che la percezione della situazione ci suggerisce. 

Tutto questo tenendo conto del fatto che, in linea di massima, noi siamo disposti ad accettare la definizione della situazione che ci suggerisce l’autorità e, in quest’ottica, anche l’azione più orribile sarà riclassificata come ragionevole e oggettivamente necessaria. 

Due curiosità

Nel 1986 Peter Gabriel pubblico il suo quinto album intitolato “So”

L’ottavo pezzo di questo album è dedicato all’esperimento di Milgram, chi lo conosce sa che è il più oscuro e sperimentale dell’intero album.

In italiano potremmo tradurlo con: Facciamo quello che ci è stato detto.

(Peter Brian Gabriel è un cantante, compositore e produttore discografico britannico. Dopo aver raggiunto il successo nel celebre gruppo rock progressivo Genesis come cantante, flautista e percussionista, ha intrapreso una carriera solista di successo sperimentando numerosi linguaggi musicali). 

Nel 2008 lo scrittore Will Lavender un professore universitario di letteratura americana pubblicò un romanzo intitolato Dominance & Obedience, ispirato al lavoro di Milgram che divenne un best seller nella classifica dei libri in inglese.   

In Italia questo romanzo fu pubblicato, nel 2009, con il titolo Obbedienza.  

°°°

Passiamo adesso a L’esperimento carcerario di Stanford. 

È uno degli esperimenti di psicologia sociale più drammatici che sia mai stato realizzato in ambito universitario. 

Fu condotto da Philip Zimbardo della Stanford University e dalla sua équipe nel 1971

Philip Geeorge Zimbardo è nato e cresciuto nel quartiere del Bronx a New York, nel 1933, da genitori siciliani emigrati negli Stati Uniti. 

Ha studiato con Stanley Milgram e si laureò alla Yale University dove ha anche insegnato prima di passare alla New York University. 

Successivamente passò alla Columbia University e infine approdò alla Stanford University, in California dove realizzò questo esperimento. 

Zimbardo nel progettare questo esperimento partì da alcune osservazioni sul comportamento sociale di uno studioso francese Gustave Le Bon, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, a cui si devono alcuni studi sul comportamento collettivo e delle folle.  

In particolare Zimbardo era interessato alla tesi di Le Bon sulla “de-individuazione”. 

Vale a dire sulla circostanza per la quale gli individui, che compongono una folla, se si verificano determinate condizioni, tendono a smarrire la propria identità, a perdere la propria consapevolezza e la propria lucidità

In una, il loro senso di responsabilità, favorendo l’insorgere di impulsi a-sociali e di comportamenti anomici che si diffondono facilmente all’interno della folla stessa.

Ricordiamo anche che molte delle ricerche, che prima di questo esperimento Zimbardo avevaportato a termine, consistevano nel verificare lafondatezzadiunaconvinzionediffusa, secondo la quale, i comportamenti degradati e violent,i osservabili all’interno di un’istituzione totale, come è il carcere, sono dovuti a disfunzioni della personalità, innate o apprese, sia da parte dei carcerati che delle guardie.

Nel corso di queste ricerche Zimbardo dimostrò che, in genere, tali condotte dipendono soprattutto dalle particolari caratteristiche della situazione contestuale.

Nell’estate del 1971 Zimbardo allestì nel seminterrato dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Palo Alto, uno spazio che riproduceva fedelmente un ambiente carcerario.       

Poi con alcuni annunci sui giornali locali e studenteschi, un metodo molto usato nei campus degli Stati Uniti in quel periodo, reclutò 75 studenti universitari per una ricerca non specificata dall’annuncio.  

Di questi studenti, con l’aiuto della sua équipe, ne selezionò 24. 

Erano quelli che,dopo un colloquio, apparivano i più maturi, i più equilibrati, in qualche modo dei benpensanti, tutti appartenenti al ceto medio.

Questi studenti, furono casualmente divisi in due gruppi quello delle guardie e quello dei carcerati e trasferiti nei locali dell’Istituto di psicologia trasformati in carcere. 

Qui, i carcerati dovettero togliersi gl’abiti, compresa la biancheria intima, e ricevettero una divisa standard con un numero, un berretto e furono incatenati alla caviglia. 

Dopo di che dovettero imparare a memoria una serie di regole da rispettare rigidamente. 

Le guardie, invece, ricevettero un’uniforme classica color cachi, con occhiali da sole a specchio, fischietto, manette e manganello. 

Le loro istruzioni furono discrezionali, in pratica, fu richiesto loro di mantenere l’ordine

Attenzione: Si definisce, nell’ambito carcerario, potere discrezionale, quello che consente a chi lo esercita di decidere – nei casi non specificatamente contemplati dalla legge – secondo il proprio arbitrio

Come era facile prevedere, da subito questi studenti cominciarono ad immedesimarsi nei due diversi ruoli. 

I carcerati divennero nervosi, passivi, sospettosi, mentre le guardie cominciarono a manifestare tendenze sadico-narcisistiche.   

Tutto questo in un certo senso era stato previsto dal protocollo da Zimbardo.   

In realtà quello che successe in seguito andò molto più in là delle previsioni

Appena un paio di giorni dopo l’inizio dell’esperimento i prigionieri si strapparono le divise e si barricarono nelle celle per protesta contro le guardie. 

Le guardie, da parte loro, cercarono di spezzare la solidarietà che si era creata tra i prigionieri intimidendoli e umiliandoli. 

Siccome i prigionieri dipendevano da esse per mangiare e lavarsi li obbligarono a cantare canzoni oscene, a pulire le latrine a mani nude e a defecare in secchi che erano costretti a tenere nelle celle. 

Il quarto giorno ci fu un tentativo di evasione, che fu contenuto con l’aiuto del direttore del carcere, impersonato dallo stesso Zimbardo

A seguito del fallimento dell’evasione, la coesione tra i prigionieri si disgregò e cominciarono a manifestarsi segni di stress emotivo e di passività.  

Unostato di cose accentuato dal comportamento sempre più sadico e vessatorio delle guardie.        

A questo punto l’esperimento fu interrotto. 

Probabilmente si verificò qualcosa di molto grave, ma Zimbardo e la sua équipe non lo rivelarono mai in modo esplicito.

Secondo Zimbardo la finta prigione fu vissuta come vera nell’esperienza psicologica di entrambi i due gruppi, guardie e prigionieri.  

Le guardie, in particolare, assunsero un ruolo formale che le spinse ad adottare le istruzioni ricevute come il solo valore da rispettare. 

In breve, si verificò quello che aveva già notato Milgram nelle sue ricerche: le circostanze eccezionali spingono inevitabilmente i soggetti a una “re-definione” della situazione che stanno vivendo. 

In altri termini, il processo di “de-individuazione”, messo in luce da Gustave Le Bon, generò, negli studenti trasformati in guardie, una perdita di responsabilità personale

È come se la consentita impunità e discrezionalità delle proprie azioni avesse indebolito in questi studenti l’auto-controllo basato sul senso di colpa, la vergogna e la paura. 

Un’appendice.

Questo esperimento era stato dimenticato, ma negli Stati Uniti ritornò di attualità con le drammatiche vicende riguardanti le torture a cui furono sottoposti i prigionieri iracheni nella prigione di Abu Ghraib ad opera di militari americani, tra cui alcune donne, nel 2003

Chi aveva vissuto o aveva studiato l’esperimento di Stanford dichiarò che le immagini diffuse dai media e che mostravano le sevizie e le umiliazioni subite dai prigionieri iracheni erano drammaticamente simili a quelle che si erano verificate a Palo Alto.   

(Fine – marzo 2019).

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LA COMUNICAZIONE NELLA SOCIETA’ MULTIETNICA – ESERCITAZIONE FINALE

I.E.D.  Milano
Anno accademico 2019-2020
(Esercitazione finale)
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LOOKING THROUGH THE BREAKFAST.

Man ist was Mann isst

L’identità soggettiva nelle scienze sociali è l’insieme delle proprie caratteristiche auto-percepite, costituisce un’identità fluida, difficile da circoscrivere, carica di ombre, con la quale dobbiamo fare in continuazione i conti.  Essa, però, è anche tutto ciò che ci caratterizza, ci rende inconfondibili, ci consente di dare un senso all’idea di “Io”.  In questo modo l’identità soggettiva serve sia ad identificarci che a discriminarci, producendo spesso degli stereotipi culturali che alimentano il pregiudizio.

Di contro l’identità oggettiva, che non necessariamente coincide con quella soggettiva, è la questione sulla quale convergono almeno tre rappresentazioni di ciò che siamo:

La nostra identità fisica, che si desume principalmente dal volto, dalla postura e dal sesso.

La nostra identità sociale, ovvero l’insieme di alcune caratteristiche quali l’età , lo stato civile, la professione, la classe di reddito.

La nostra identità psicologica, costituita dalla personalità che abbiamo, dalla conoscenza di sé, dallo stile di vita e di comportamento.

Sono identità che variano più o meno rapidamente e coscientemente.  Più o meno indipendentemente da quello che noi vogliamo o siamo in grado di volere.

Va anche considerato che queste due rappresentazioni dell’identità, anche se non coincidono, sono profondamene intrecciate tra di loro.  Per esempio, il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi guardano gli altri e della maniera in cui io so che gli altri mi vedono, con il risultato che molto spesso i giudizi che esprimiamo o riceviamo sono improntati sulla malafede, sulla cortesia, o godono di una benevolenza parentale ed amicale.

L’identità soggettiva indica anche la capacità degli individui di aver una coscienza dell’esistere e di “permanere” attraverso tutte le fratture dell’esperienza.

In filosofia è stato John Locke (1632-1704), nel Saggio sull’intelligenza umana, ad affrontare alla radice il tema dell’identità soggettiva in un’epoca in cui entra in crisi la vecchia rappresentazione metafisica e religiosa dell’anima intesa come un’ancora che ci tiene legati al senso del mondo e del suo divenire attraverso il tempo.

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È opinione condivisa che gli atti alimentari riflettono la nostra personalità.  Se gli alimenti che ingeriamo sono indispensabili alla vita, il nostro gusto, lo stile con cui mangiamo, les nos manières de table ci situano nel mondo e nella società. 

La nostra identità, da questo punto di vista, si costruisce attraverso le abitudini dell’infanzia, i modi alimentari della classe alla quale apparteniamo o quella alla quale vorremmo appartenere, dalle nostre relazioni familiari.    

Dal “Man ist was Mann isst” a “Dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei”, il passo è breve, a tal punto che certe teorie psicosomatiche parlano della bulimia, dell’obesità e dell’anoressia come segni di una incapacità ad esprimere i sentimenti, in particolare quelli di ostilità e di collera verso gli altri o verso se stessi  

Obiettivo dell’esercitazione è la realizzazione di un autoritratto che esprima – attraverso il posto della prima colazione, come la prepariamo, quello che mangiamo – la nostra “identità soggettiva” o quello che riteniamo sia una rappresentazione di essa. 
Utilizzare, come formule espressive, solo se stessi e gli elementi che compongono la propria sfera domestica.

L’autoritratto può essere elaborato con il mezzo espressivo che si ritiene più opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via digitale.  

L’elaborato dovrà essere inviato a: gesmos@gmail.com

Se l’elaborato è troppo “pesante” per essere inviato via e-mail inviarlo tramite https://wetransfer.com

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LA COMUNICAZIONE NELLA SOCIETA’ MULTIETNICA – 8a lezione

PAESAGGI SENSORIALI

Come non vedere nell’antico canto delle sirene e
nella conchiglia che il bambino porta all’orecchio due forme di soundscape?

Il paesaggio è un’invenzione degl’uomini e esso riflette l’identità di chi lo vive. 

È un concetto antico, almeno in pittura, in Europa lo possiamo far risalire al quindicesimo secolo. 

Come dice la Convenzione Europea sul Paesaggio va tutelato perché è un elemento del benessere individuale e sociale di un luogo.   

Il concetto di paesaggio sonoro è più recente.  Nell’ambito delle “scienze del suono” questo landscape compare negli anni ’60 in California, all’interno dei dibattiti sulla salvaguardia dell’ambiente.         

Di fatto, è solo da un paio di decadi che antropologi e etno-musicologi si occupano di questa dimensione del sensibile definita paesaggio sonoro o paesaggio musicale, anche se l’antropologia culturale ha fin dalla sua nascita nel suo campo di studi la musica come arte del suono.  

Ricordiamo che il suono, in sé, è uno dei materiali della musica, un artefatto, un oggetto fabbricato dall’uomo con o senza utensili (gli strumenti musicali), ma non senza regole precise, culturalmente definite

Prodotta in moltissimi modi, con gli scopi più diversi, la musica è dovunque nel mondo come una sua espressione.  Per comprenderne il perchè è sufficiente domandarci: Che cosa la musica ci permette di fare che noi possiamo fare diversamente? 

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Una parentesi.  I paesi che aderiscono all’UNESCO, nel 2003, a Parigi, hanno firmato una Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.

L’articolo due di questa Convenzione definisce che cosa sono i patrimoni culturali immateriali: 

Sono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il knowhow – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale.  

Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana. 

La Convenzione precisa inoltre come tali prassi devono essere compatibili con i diritti umani, il rispetto reciproco tra le persone e lo sviluppo sostenibile. 

Viene anche presentata una casistica, tipica ma non esaustiva, dei possibili patrimoni:

– tradizioni ed espressioni orali, ivi compreso il linguaggio, in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale.   

 – arti dello spettacolo. 

– consuetudini sociali, eventi rituali e festivi

– cognizioni e prassi relative alla natura e all’universo

– artigianato tradizionale.

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Dal punto di vista antropologico possiamo aggiungere che, nel suo significato più ampio, tutta la produzione sonora intenzionale (dell’uomo) è musica. 

È in quest’ottica che da qualche tempo il campo semantico del temine musica si è arricchito dell’espressione di paramusica per indicare, per fare qualche esempio, il suono del tric trac o della raganella delle feste paesane, i suoni degli animali domestici o quelli che l’uomo produce giocando con gli elementi naturali, come i suoni dell’arpa eolica (Aeolian Harp).    

Con paramusica si indica anche lo charivari, anche se per questo “frastuono musicale” si preferisce il termine di contromusica.  Termine più appropriato per le manifestazioni musicali che esprimono la contestazione o il disordine del carnevale.   

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U zirru (più conosciuto come  raganella o tric trac)  è costituito da una scatoletta di legno a forma di parallelepipedo di cui una faccia viene trasformata in una lamina di legno fatta vibrare da una ruota dentata che gira attorno a un perno che funge anche da impugnatura dello strumento.

In questo modo si riesce a produrre un suono secco e prolungato udibile anche da notevole distanza.  

La tradizione ne attribuisce l’invenzione ad Archita di Taranto, filosofo, matematico e scienziato vissuto tra i V e il IV secolo avanti Cristo.

La trena è una variante molto più rumorosa dello zirru.  È costituita da una cassa di legno sulla quale vengono fissati dei martelletti di legno vibranti azionati, alternativamente, da una manovella.

Ogni volta che uno o più martelli colpiscono la cassa producono un suono cupo e forte, amplificato dalla cassa come la cassa armonica di un contrabbasso.

L’arpa eolica è uno  strumento musicale cordofono ad aria, molto particolare nel suo genere, in quanto le corde non vengono fatte vibrare meccanicamente dall’uomo, ma dal vento. 

Una caratteristica che comporta che le melodie prodotte da un’arpa eolica siano sempre diverse e casuali.

Secondo la mitologia greca, ad inventarla fu il Dio dei venti, Eolo, ma strumenti simili ad esso, erano già noti oltre che alla civiltà greca, anche ad altre società primitive.

Il primo a descrivere questo strumento fu il filosofo e gesuita tedesco Athanasius Kiecher (1602–1680), autore del libro Phonurgia nova, sive conjugium mechanico-physicum artis & natvrae paranympha phonosophia concinnatum del 1673.

La produzione e diffusione “moderna” dello strumento nel mondo occidentale, risale al XVII secolo.

Lo charivari è un termine francese (dal greco καρηβαρία, pronuncia “scerivari”), in italiano è capramarito o anche chiavramarito (alterazioni popolari del latino medioevale charavaritum o chalvaritum).

Lo charivari era una manifestazione di protesta rumorosa, una manifestazione di rabbia o irrisione collettiva, contro individui responsabili di atti ritenuti offensivi verso la morale comune o le tradizioni. 

Spesso consisteva in assembramenti di persone, il più delle volte travestite, utilizzando oggetti qualunque – pentolame e/o utensili di lavoro – producevano del chiasso presso l’abitazione della persona verso la quale la protesta era indirizzata, in tal modo veniva simbolicamente esclusa dalla comunità e spinta, di fatto, ad abbandonare il gruppo o a fare ammenda. 

Non era raro che l’evento poteva ripetersi anche per diverso tempo fino a che le motivazioni della protesta non venivano soddisfatte. 

Le chiarificazioni più comuni riguardavano i matrimoni tra risposati, i matrimoni tra persone di età molto diverse o i matrimoni di vedovi, oppure fatti specifici, come la scoperta di relazioni adulterine o omosessuali. 

Poteva avere anche una funzione inversa, non di disapprovazione esplicita, ma di invito, ad esempio verso coppie non ancora sposate. 

Un esempio moderno di charivari, qualche anno fa, è stato il suono delle pentole delle Madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires che disapprovavano l’autoritarismo del governo e la violenza della polizia.   _____________________________________________________________________________

Per tornare in argomento, l’espressione di polimusica, infine, definisce la giustapposizione di musiche che non sono fatte per essere suonate insieme.  

In questo contesto, l’etnomusicologia ha come obiettivo quello di descrivere tutte le forme di musica e come gli uomini le realizzano – rispondendo alle domande “quando”, “come” e “perchè” – in modo da enucleare e comprendere la natura dei legami sociali e il senso che la comunità da alla forma musicale.  

Di recente sono state avanzate delle nuove classificazioni che hanno dilatato i confini dell’etnomusicologia. 

la Geofonia, intesa come l’insieme delle fonti (sonore) naturali, non animali, come il vento, la pioggia, il tuono, il torrente. 

– la Biofonia, che comprende le fonti animali. 

– l’Antropofonia, vale a dire i suoni degl’esseri umani e degli artefatti che costruisce. 

In questa classificazione la geofonia è il solo paesaggio sonoro concomitante con l’apparizione della vita sulla terra.    

C’è anche una disciplina, l’etnologia cognitiva della percezione – teorizzata da Olivier Wathelet (Laboratorio di Antropologia e di Sociologia dell’Università di Nizza) – che ha l’obiettivo di rendere comprensibili i meccanismi cognitivi e sociali che contribuiscono alla formazione dei paesaggi sensoriali, qualunque sia la loro natura e le loro modalità di percezione. 

Prima di procedere dobbiamo considerare la nostra capacità ad alternare o a mescolare la percezione olistica (o analitica) di un ambiente sonoro, descritta dal fenomeno definito cocktail party problem.  

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Qui, l’approccio olistico sottolinea come nel prendere in considerazione una qualunque situazione umana occorre necessariamente considerarla nelle sue relazioni con l’insieme di cui fa parte, pena l’impossibilità di comprenderla e di affrontarla in modo corretto ed efficace.  

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Gli scienziati chiamano effetto cocktail party (cocktail party problem) la capacità del cervello di azzerare il rumore e concentrarsi su un qualcosa in particolare.

Questo processo, però, non è facile come sembra. 

Per sentire quello che qualcuno ci dice in una sala affollata il nostro cervello deve essere in grado di discriminare quel preciso suono dal resto dei suoni che entrano dalle nostre orecchie. 

Allo stesso tempo, dobbiamo saperci concentrare su quel suono, anche se c’è altra gente che chiacchiera e ride attorno a noi e/o con la musica ad alto volume.

Lo psicologo Frédéric Theunissen dell’Università di Berkeley afferma che vi sono aspetti della voce di una persona che si possono distinguere e ognuno di noi è in grado di focalizzare la propria attenzione proprio su queste caratteristiche, per ascoltare una voce in una stanza piena di rumori. 

Ad esempio, l’ascoltatore si può concentrare sul tono e il timbro di chi parla, oppure sul suo accento. 

Anche il modo in cui chi parla mette insieme le varie parole che compongono una frase può influenzare la percezione di chi ascolta.  Naturalmente, si riesce meglio ad identificare le parole se queste formano una frase sensata, rispetto a una serie di parole a caso.

Poiché non vi è alcun modo per escludere totalmente certi suoni dalle nostre orecchie e farne passare altre, tutti i suoni di un ambiente entrano nelle nostre orecchie e vengono tradotti in segnali elettrici nel cervello.  

Questi segnali si muovono in diverse aree cerebrali prima di raggiungere la corteccia uditiva, cioè la parte del cervello che elabora il suono.

Secondo una ricerca della Columbia University, il nostro cervello elabora tutti i tipi di suono che le nostre orecchie percepiscono (quindi i segnali arrivano tutti alla corteccia uditiva), ma solo quelli su cui ci concentriamo raggiungono anche le aree del cervello coinvolte nell’elaborazione del linguaggio e nel controllo dell’attenzione.  

I suoni su cui non prestiamo attenzione, invece, non raggiungono la nostra consapevolezza. 

Con l’età, questa nostra capacità di focalizzarci sui suoni che ci interessano si indebolisce.  Non si tratta però di una semplice perdita dell’udito, quanto di una diminuzione dell’attenzione.  

Negli anziani è stato rilevato una progressiva riduzione questa attenzione selettiva con la conseguente attenuazione della capacità di seguire un discorso in una stanza piena di suoni.

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Theunissen dirige L’Auditory Scienze Lab.

Così ha descritto il suo lavoro: L’obiettivo primario del nostro laboratorio è quello di capire come dei suoni naturali complessi come sono quelli del linguaggio umano, della musica e degli animali vengono individuati e riconosciuti dal cervello.

In sostanza studiamo la natura dei segnali di comunicazione utilizzando approcci comportamentali e statistici e, parallelamente, studiamo il sistema uditivo degli esseri umani e degli uccelli canori utilizzando tecniche neurofisiologiche. 

In queste ricerche usiamo metodi computazionali applicati alle neuroscienze per generare teorie di audizione, per studiare i suoni e per analizzare i nostri dati neurali. 
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Per tornare in argomento, va notato a proposito di questa capacità di focalizzare i suoni che è sull’opposizione tra un rumore di fondo e degli avvenimenti sonori singolari che si fonda il fenomeno della territorializzazione

Un’opposizione che ci consente di riconoscere un alpeggio di montagna con le sue mandrie di bovini o una zona di un quartiere popolare di una metropoli.  

Un esempio specifico e curioso di territorializzazione è considerato il suono continuo dei campanelli delle biciclette senza freni dei portatori di pane del Cairo, un suono che si può dire identitario di questa città. 

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Bike for Bread è un documentario di ventisei minuti che racconta la stupefacente storia dei BahiaAlaheich, gli straordinari ciclisti portatori di pane del Cairo. Nel traffico infernale della megalopoli egiziana, passano come stelle filanti, risalgono contromano interminabili code di automobili, scivolano leggeri tra le file dei tavolini di un caffè all’aperto per scomparire dentro un bazar. Sulla loro testa, in miracoloso equilibrio, tengono centinaia di pane Baladi, che arrivano a pesare anche 50 kg. Con una mano tengono il vassoio con il pane a strati, con l’altra il manubrio della bici. Ogni giorno, sfrecciando lievi nella bolgia del Cairo, consegnano migliaia di pani, dai forni alle rivendite dei negozi.

[vimeo]http://vimeo.com/46173524[/vimeo]

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Alcuni studi di antropologia hanno dimostrato come una diminuzione della diversità biologica di un luogo comporta nel breve termine una diminuzione della diversità biofonica

Su questo tema molti viticultori in Francia hanno costatato come l’introduzione del trattamento chimico delle vigne hanno fatto sparire alcuni suoni di fondo naturali – come quelli dei grilli o delle cicale – e aumentato quello degli automezzi e, di conseguenza, dell’inquinamento sonoro.

 È una delle motivazioni che ha contribuito a promuovere gli archivi dei natural soundscapes che non esistono più e ha convinto molti paesi, come il Giappone, a tutelare il loro patrimonio biofonico

En passant notiamo, di contro, che ordine e silenzio siano considerati strumenti di controllo sociale e come, nei “luoghi comuni” della conversazione sono associati insieme. 

In ogni modo la crescita demografica e il moltiplicarsi degli artefatti, che caratterizzano la modernità, ha moltiplicato le sorgenti di suono, soprattutto nei centro urbani. 

Il problema è verificare in quale misura questa moltiplicazione corra parallela a una standardizzazione e a una omogeneizzazione sonora.       

Resta il fatto che un ambiente sonoro è sostanzialmente inseparabile dal suo contesto sociale e che rappresentano le due facce dello stesso paradigma, quello dell’antropologia del sonoro. 

Il concetto di paesaggio sonoro, in sede universitaria, diventò popolare in Europa a partire dal 1977 quando Robert Murray Schafer pubblicò The tuning of the world, in cui compare per la prima volta il concetto di soundscape

Il titolo del libro si pu tradurre con “Accordare il mondo”.   

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Raymond Murray Schafer (1933) è un compositore e un ambientalista canadese particolarmente noto per il World Soundscape Project, da lui ideato negli anni Sessanta del secolo scorso al fine di promuovere una nuova ecologia del suono, sensibile ai crescenti problemi dell’inquinamento acustico. 

Schafer ha studiato al Royal Conservatory di Londra e all’Università di Toronto. 

Ha poi per molti anni ha insegnato alla Simon Fraser University di Vancouver. 

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Il paesaggio sonoroper le leggi dell’acustica è composto da diversi elementi, come le toniche (keynote sounds), i segnali (sound signals) e le impronte sonore (soundmarks).

Tonica: è un termine musicale riconducibile all’armonia tonale che indica sia la prima nota di una scala, sia una funzione armonica di stasi. 

Nella terminologia elaborata dal World Soundscape Project sta ad indicare una sonorità che potrebbe non essere sempre udito coscientemente, ma che evidenzia il carattere generale di un luogo.    

Le toniche sono create dalla natura, cioè dal vento, dall’acqua, dalle foreste, dagli uccelli, dagli insetti, dagli animali in genere.

In molte aree urbane lo stesso traffico è diventato una tonica così come il borbottare di un frigorifero in un appartamento. 

– Segnali: i segnali sono suoni in primo piano, uditi coscientemente. 

Ad esempio: i dispositivi d’allarme, la sirena dei pompieri o delle forze dell’ordine, le campane, i fischietti, le sveglie degli orologi, eccetera. 

Impronte sonore: l’impronta o marca sonora è un suono caratteristico di un’area.

Una volta che un’impronta sonora è stata identificata, ha scritto Schafer, meriterebbe di essere protetta, perché le impronte sonore rendono unica la vita acustica di una comunità. 

Per i berlinesi, ad esempio, il rumore della metropolitana al momento della chiusura delle porte è una impronta sonora che è divenuta un soundmark che definisce Berlino.  

Oggi molti studiosi del suono sostengono che certe impronte sonore possono rappresentare sia gli aspetti naturali che quelli culturali e storici di un luogo.  In senso lato non sono solo forme di sapere, ma anche di poesia. 

Sempre per esempio, è il caso del rumore dei cancelli in ferro dei vecchi palazzi storici o il rumore dei treni sul Pont du Bois Monzil a Villars, alla periferia di Saint Etienne.    

È il ponte ferroviario più antico nell’Europa continentale, costruito nel 1827 e classificato come monumento storico. 

Il fascino dei paesaggi sonori, da qualche anno a questa parte, è anche testimoniato dal loro crescente utilizzo nelle performance musicali.  ____________________________________________________________________________      

In linea generale diciamo che il paesaggio sonoro è delimitato dalla percezione uditiva come il paesaggio naturale è delimitato dal campo visuale. 

Non a caso, per Schafer, prima di essere sonoro il paesaggio è uno spazio acustico. 

Questo spazio rappresenta la globalità del campo auditivo.  In pratica tutto ciò che l’orecchio è capace di percepire di un luogo.   

Dentro questo spazio, poi, c’è una moltitudine di oggetti sonori che compongono l’ambiente sonoro. 

Secondo l’importanza della tonalità e/o dei segnali il paesaggio sonoro può essere definito “lo-fi” (abbreviazione di low fidelity), vale a dire povero o confuso a livello di tonalità e segnali o,“hi-fi” (hight fidelity), che indica un rapporto di segnali e tonalità soddisfacenti. 

Questa divisione in qualche modo serve a definire l’estetica acustica, intesa come la ricerca di quei principi che consentirebbero di migliorare la qualità estetica di un ambiente acustico o di un paesaggio sonoro

Se provassimo a pensare il paesaggio sonoro come a una gigantesca composizione musicale in perpetua evoluzione e se riuscissimo a comprenderne l’orchestrazione e le sue forme potremmo modificarlo o arricchirlo senza danneggiarlo o nuocere agli uomini. 

Più prosaicamente, l’estetica acustica potrebbe avere un grande ruolo nell’eliminare o ridurre il rumore nocivo, nel controllare i nuovi rumori e soprattutto nel conservare le impronte sonore che rendono piacevole un luogo e proteggono la sua identità. 

Quest’ultimo punto si salda con quella che si definisce l’ecologia acustica, vale a dire lo studio dei rapporti tra gli esseri viventi e l’ambiente dal punto di vista dei suoni e del silenzio. 

Un altro tema a cavallo tra estetica e ecologia è quello della protezione dei suoni minacciati di sparizione.  

Questi suoni dovrebbero essere registrati con molta cura è considerati come dei preziosi reperti storici. 

Per l’UNESCO il flamenco è un soundscape 

Un’espressione della comunità acustica dell’Andalusia che ne condivide la tradizioni e ne conosce il significato. 

In questo senso è parte del patrimonio culturale intangibile di questa regione. 

La sua impronta sonora rinvia alla “battaglia figurata tra i sessi” e al ruolo dei gitanos nella società spagnola.      

Da qualche anno ci sono molti antropologi che si stanno battendo anche perchè siano mantenuti in vita dei complessi sonori unici e irripetibili o, perlomeno, che il loro ricordo non sia perduto.                  

Che cosa sarebbe Salisburgo senza le campane del suo Duomo, Stoccolma senza il carillon

dello Stad-Huset o Londra senza il Big Ben?     

In altri termini, ogni impronta sonora è carica di una particolare valenza simbolica, culturale e (in genere) sociale. 

Alcune impronte sonore, come abbiamo già visto, sono monolitiche e costituiscono il marchio su un’intera comunità

A Vancouver, ad esempio, un cannone, costruito nel 1816, viene sparato ogni sera nel porto a partire dal 1894. 

Originariamente serviva a indicare l’ora ai pescatori, oggi viene invece conservato come souvenir sonoro.    

Come abbiamo visto Schafer distingue tra eventi sonori e oggetti sonori

Un oggetto sonoro è un oggetto acustico astratto. 

Un evento sonoro è invece definito dalla sua dimensione simbolica, semantica e strutturale.    

Differente, invece, è il rapporto tra musica e paesaggio sonoro.  

Una composizione musicale può sfruttare i suoni del paesaggio sonoro così come può partecipare a definire la sua identità. 

Un caso di particolare interesse è quello della musique d’ameublement e dei suoi sviluppi, negli anni Settanta, con il diffondersi della ambient music.  

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Musique d’ameublement è un’espressione coniata dal compositore francese Erik Satie per definire una stagione della sua produzione musicale (1916-1925).  

Letteralmente significa “musica da arredamento” e viene talvolta tradotta con “musica da tappezzeria”.

Lo stesso Satie la definiva come “musica che non ha bisogno di essere ascoltata”, suscitando numerose polemiche.

Esempio della musique d’ameublement è il balletto in due atti Relâche (1924) con il celebre inserto cinematografico Entr’Acte, firmato da René Clair.

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Un aneddoto: Un giorno Erik Satie, seduto al tavolino di un caffè parigino, disse a Fernand Leger che era con lui: “Sai, bisognerebbe creare della musica d’arredamento, cioè una musica che facesse parte dei rumori dell’ambiente in cui viene diffusa, che ne tenesse conto. Dovrebbe essere melodiosa, in modo da coprire il suono metallico dei coltelli e delle forchette senza però cancellarlo completamente, senza imporsi troppo. Riempirebbe i silenzi, a volte imbarazzanti, dei commensali. Risparmierebbe il solito scambio di banalità. Inoltre, neutralizzerebbe i rumori della strada che penetrano indiscretamente dall’esterno”. 

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Più vicino a  noi fu John Cage il primo compositore a comprenderne il senso innovativo, affermando che la musique d’ameublement offre la possibilità di “fare uscire il compositore dalla sua individualità, restituendo ai suoni la libertà di essere se stessi”.

Si può definire con musica d’ambiente anche quella del compositore inglese Brian Eno, che negli anni ’70 “arreda” di suoni gli aeroporti utilizzando una strumentazione elettronica. 

Diceva Satie: “L’abitudine e l’uso vogliono che si faccia musica in circostanze con le quali la musica non ha niente a che vedere.   

In queste occasioni si suonano Fantasie d’Opera, valzer e simili, lavori composti per ben altro fine.  

Noi vogliamo produrre una musica dichiaratamente adatta a questo scopo.  L’Arte è un’altra cosa.  

La Musique d’Ameublement crea una vibrazione, non ha altro scopo.  Ha la stessa funzione della luce, del calore e del comfort in tutte le sue forme.  Sostituisce vantaggiosamente Marce, Polke, Tanghi, Gavotte e via dicendo.  Esigete la Musique d’Amebulement.   Disertate le case che non adottano la Musique d’Ameublement”.  

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In realtà da sempre la musica accompagna le pratiche sociali, partecipando ad innumerevoli riti e forme di intrattenimento, mentre un ascolto composto e attento appartiene ad una fruizione consapevole relativamente recente.  

Innovativa e commerciale, per molti, è l’idea di comporre specificatamente per degli ambienti, di dare un arredamento sonoro assolutamente non intrusivo con una specifica estetica.

Oggi, del resto, nella progettazione di spazi di qualsivoglia natura (pubblici, privati, aperti, chiusi, etc.) l’elemento acustico è di particolare importanza. 

Tendenzialmente si tende a ridurre il rumore, ossia tutto il suono invadente è non desiderato, e a amplificare gli eventi sonori.

Qui, amplificare non significa mettere in primo piano, ma piuttosto consentire l’intelligibilità dell’evento sonoro.

Esiste dunque un’estetica del cambiamento del paesaggio sonoro e riflettere su di esso vuol dire rilevare i cambiamenti intervenuti nella percezione e nel comportamento di quelli che lo abitano. 

Per concludere, il primo suono che gli uomini intesero fu quello delle acque che scorrono, ma il mondo stesso è un’immensa composizione musicale che si dispiega senza soste.

Da qualche tempo a questa parte conservarlo è diventato un impegno culturale e politico soprattutto quando è specifico e unico come coloro che l’hanno creato e lo abitano.    

(Febbraio2020)

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