Lezioni monografiche:
Immaginare la velocità.
(Traccia)
Spesso i ricercatori sono costretti ad inventare delle parole per definire dei nuovi campi di sapere, dei nuovi paradigmi o, più correttamente, delle matrici disciplinari con le quali ragionare su concetti e teorie fino a quel momento inediti o anche conosciuti, ma sotto altri punti di vista.
Due di queste parole che ci riguardano, dal punto di vista sociologico, sono: “semiocrazia” e “dromocrazia”.
Sono due matrici disciplinari che si devono a due studiosi francesi, Jean Baudrillard e Paul Virilio.
*****
Jean Baudrillard (1929-2007) è stato un sociologo francese di quella che è stata definita la società post-moderna, cioè, una società che vive sui simulacri e che tende a diventare sempre più autoreferenziale. Tra i suoi libri tutti tradotti in italiano ricordiamone almeno tre, Il sistema degli oggetti, La sparizione dell’arte e Lo scambio simbolico e la morte.
Paul Virilio è nato a Parigi nel 1932 ed è architetto. Ha ricoperte molte cariche di prestigio nell’ambito dell’architettura e dell’urbanistica ed è l’autore di un curioso progetto di museo, Il museo dell’incidente. La tesi di partenza è che non può esserci tecnologia senza incidenti e che questi possono essere studiati come un effetto di quella di cui sono un’integrazione. Ha scritto numerosi libri molti tradotti in italiano. Ricordiamo tra di essi, Città panico, L’incidente del futuro e uno degli ultimi, L’università del disastro.
*****
Queste due matrici servono alla “narrazione” di due aspetti della società moderna che fini a ieri non esistevano di per sé o non erano considerate così importanti.
La semiocrazia indica la dimensione iper-reale della modernità che si manifesta soprattutto con il progressivo avanzare dell’immateriale.
Nella semiocrazia i simboli, dice Baudrillard scalzano la realtà, essi sono autoreferenziali (cioè, hanno in sé la propria ragione di essere) e quindi sfuggono a qualunque relazione che lega la sostanza degli oggetti al valore e al loro significato. Quello che chiamiamo realtà si riduce così ad una somma di avvenimenti e di fatti che si ripetono e si riproducono in maniera parossistica in una simulazione compulsiva del reale.
In breve, nell’immateriale che diviene un aspetto del simbolico le illusioni finiscono per non distinguersi dalle cose o addirittura per valere più esse.
La dromocrazia invece, è una disciplina che serve a sottolineare il carattere della velocità che contraddistingue l’epoca che stiamo vivendo. Per molti studiosi il rapido andamento che ha assunto il progresso, ha sempre più l’aspetto di una corsa verso la massima crescita ad ogni costo, una crescita di cui pochi valutano la convenienza, più in generale non esiste campo della società che non sia soggetto alla dittatura del tempo. Di più, come molti hanno notato, questa corsa produce, per effetto di paradosso una sorta di oblio, uno svanire della memoria che svaluta l’esperienza.
Secondo Virilio il destino dell’umanità – attraverso il fenomeno della velocità – è anche caratterizzato dalla logica bellicosa del progresso tecnologico che può manifestarsi sia nelle vecchie formule della violenza militare che attraverso le tecnoscienze capaci di produrre l’oblio programmato della memoria attraverso i media dando vita a dei fenomeni transpolitici nuovi e inquietanti che hanno uno dei loro esiti più terribili nel terrorismo suicida.
In senso lato la storia dell’uomo è sempre stata una corsa contro il tempo. In principio era una corsa con una posta altissima, la sopravvivenza, cioè, era la fuga davanti ai predatori, una fuga che è cessata quando gli ominidi attraverso la voce e la mano si organizzarono, incamminandosi verso la condizione umana. Oggi questa corsa ha cambiato radicalmente aspetto, è diventata soprattutto una corsa per il potere e il controllo.
Paul Virilio ha definito la dromologia come la disciplina che studia i fenomeni sociali dal punto di vista della velocità. La dromologia è dunque la logica della corsa o meglio una teoria della velocità.
In breve, si può considerare la velocità come un paradigma in sé, capace di elaborare delle teorie per spiegare alcuni importanti aspetti oscuri della modernità e della storia recente degli uomini.
Torniamo indietro nella storia. Quando da predati siamo diventati predatori la caccia, con l’aiuto delle mute di cani e con l’inseguimento a cavallo, divenne un elemento essenziale dello sviluppo della società.
Anche nel mondo animale la velocità con cui un predatore cattura la sua preda costituisce, di fatto, il fulcro su cui si basa l’equilibrio del biosistema e, attraverso le catene alimentari, della pluralità del mondo animale. Non è per caso che gli animali lenti e poco attrezzati alla predazione sono in genere più prolifici dei predatori veloci.
Dal punto di vista sociologico la velocità è soprattutto il segno distintivo della rivoluzione industriale. La macchina a vapore e il telegrafo sono l’esempio strumentale più evidente di questa rivoluzione. Com’è oramai risaputo soprattutto nella modernità, cioè a partire dalla Rivoluzione Francese, la guerra, la comunicazione, l’economia, la politica sono diventati degli scenari modellati dalla velocità che sempre di più impone i suoi caratteri.
In questo senso la dromocrazia può essere definita il modello di un mondo il cui sviluppo fa capo al suo stesso modello cinetico, cioè, dipende dal movimento più o meno veloce delle parti che la compongono. Questo stato di cose comporta più di un rischio, come il fatto che le politiche sociali sempre più spesso non sono in grado di governare l’escalation della tecnica e delle loro applicazioni tecnologiche.
L’interesse per la dromologia in Virilio nacque a partire dai suoi studi sul fenomeno delle guerre o meglio delle guerre-lampo (Blitzkreig), come si chiamarono nella seconda guerra mondiale le tecniche di aggressione armata e di conflitto anche non convenzionale che insanguinano l’Europa ed oggi insanguinano il mondo.
Il tema della velocità, tuttavia, non era del tutto sconosciuto agli autori dei manuali di scienza militare. Per fare un esempio illustre, Sun Tzu – che visse circa quattro secoli prima dell’era comune – nel suo trattato sull’arte della guerra scrive che “la velocità nelle battaglie è la cosa più importante dal punto di vista della vittoria”.
Virilio osserva con un certo acume anche un’altra cosa, che il fenomeno dell’accelerazione, al di là della sua definizione fisica intesa come un incremento della velocità, riflette o ubbidisce quasi sempre ad una logica aggressiva. In pratica mette in luce un carattere inusuale della velocità, di essere bellicosa, come abbiamo già detto.
La velocità, in sé, è oggi un carattere cruciale che appartiene per definizione:
– ai mezzi di trasporto, sia militari che civili.
– alla capacità di trasmissione ed elaborazione dei dati.
– ai mezzi di informazione.
Con il risultato che se queste situazioni sono mal gestite hanno delle pesanti ripercussioni sulla vita sociale, sull’economia e la politica arrivando a scatenare dei conflitti di varia natura.
Ha scritto Carl von Clausewitz (1780-1831), generale, scrittore e stratega prussiano: La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Nell’ottica della dromologia, possiamo aggiungere, con mezzi sempre più veloci.
Naturalmente non sono solo i cultori della guerra che esaltano la velocità.
La prima lettura in chiave poetica della velocità lo troviamo nei testi dei futuristi. In particolare è Filippo Tommaso Marinetti che intuisce per primo il potere espressivo della velocità e del movimento. Nel Manifesto del Futurismo la velocità è esaltata come un carattere della forza antipassatista e rivoluzionaria. Scrive Marinetti, “Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno…” e, prosegue, compiaciuto, abbiamo creato “l’eterna velocità onnipresente”.
Un altro autore che intuì e ragionò sull’importanza della velocità fu il mediologo canadese Marshall McLuhan (1911-1980), la inquadrò in una contrapposizione dialettica con il ruolo dei media di cui tracciò a partire da essa delle nuove definizioni.
In questa ottica il perfezionamento della stampa a caratteri mobili, che moltiplicava la velocità di confezionamento dei libri, non solo si può dire che preparò la rivoluzione industriale attraverso l’espansione dell’editoria, ma contribuì alla frammentazione e alla diversificazione della società medioevale e in seguito in qualche modo contribuì alla sua laicizzazione.
Nella sostanza favorì il nascere dello spirito critico e dell’osservazione scientifica aumentando i punti di vista, il potere dell’interpretazione e le discussioni tra esperti. Fino a questo momento infatti la società pre-gutemberghiana era tenuta insieme da un monopolio: quello della produzione e della trasmissione del sapere in latino. Un monopolio, per altro, gestito gelosamente e in modo autoritario dalla chiesa e dell’aristocrazia.
Per venire più a noi McLuhan scorge nei nuovi media elettronici un specie di ritorno, determinato dalla velocità che imprimono alle informazioni e alle conoscenze, ad un modello che è unico di percepire il mondo. La sua intuizione del mondo come villaggio globale mise in luce la grande potenzialità di sincronia dei mass media a cominciare dalla radio per finire alla televisione e al telefono. Internet arrivò solo dopo la sua morte.
In pratica come dimostrò McLuhan la grande capacità dei media informatici è di unificare o, per usare un’espressione alla moda, di ri-tribalizzare il mondo.
Per questo molti usano l’espressione di medioevo della mondializzazione per definire quei fenomeni che sono il prodotto dalla globalizzazione. In pratica è come se si riproducessero, fatte le debite distinzioni, le stesse figure delle antiche società feudali fondate sugli Ordini e le Caste, oggi chiamate società finanziarie o sistema di banche.
Il villaggio globale, dove domina la velocità, non è costituito solo dai mezzi di trasmissione delle informazioni visive, sonore e scritte, ma anche da tutti i congegni che si adattano e che favoriscono il movimento delle persone e delle cose e che s’intrecciano con l’immateriale.
In altri termini possiamo definire media tutti i mezzi che, accelerando o amplificando velocemente le potenzialità umane, mutano la percezione del territorio e dell’organizzazione del tempo.
Che la velocità in qualche modo ci conquisti e ci condizioni lo vediamo da soli a cominciare dall’impazienza con la quale, per esempio, attendiamo l’apertura di una pagina web.
Se supera gli otto, dieci secondi cominciamo a lagnarci. Lo vediamo intorno a noi in mille piccole cose anche della vita materiale, come nel successo dei forni a micro-onde, che riducono i tempi di cottura. Lo vediamo nel fatto che il pulsante più usato nelle grandi città è quello che apre e chiude velocemente le porte.
Dai microprocessori, ai treni ad alta velocità, alle nanotecnologie noi siamo continuamente ossessionati dalla velocità che ci offre molti congegni che fanno risparmiare il tempo, ma – ed è paradossale – psicologicamente questi stessi congegni c’inducono, quasi per contrappasso, a credere che di tempo ne abbiamo sempre troppo poco.
Purtroppo però il tempo ha le sue leggi, più lo si accelera più tende a parcellizzarsi e a creare delle aritmie. Molti sociologi la chiamano la sindrome di Crono, dal nome del dio greco del tempo che divorava i suoi figli. Alcuni psichiatri, a questo proposito, hanno messo in luce che la fretta e gli assilli legati al tempo aggravano le forme depressive e rappresentano una delle ragioni dell’aumento del consumo di tranquillanti e psicofarmaci.
Virilio ha scritto, che il nostro mondo più che sferico è dromosferico, perché la nostra società è diventata una società della corsa.
Il primo passo di questa mutazione è stato la trasformazione dei mezzi di trasporto all’inizio del ventesimo secolo. Con l’invenzione del motore a scoppio dopo quello a vapore la società è entrata nell’era della velocità industriale, una velocità ancora relativa. Oggi, con la velocità assoluta delle telecomunicazioni la velocità ha smesso di essere relativa proiettandoci nella ciberpolitica, in un contesto dove le trasmissioni sono istantanee e il mondo è virtuale – cioè, liberato dal peso della materia – con la conseguenza di renderci estranei al mondo che noi stessi abbiamo costruito.
Cosa ne concludiamo? Che la velocità è sempre stata determinante nella storia delle società moderne e che essa interferisce continuamente con le decisioni che coinvolgono tutti.
Se ristudiamo in quest’ottica le battaglie e le guerre dell’antichità costateremo che è la velocità dei mezzi di trasporto e di trasmissione delle informazioni che le hanno fatte guadagnare o perdere.
Significativo a questo proposito è l’esclamativo, nel Riccardo III di William Shakespeare, di questo re che si ritrova disarcionato sul campo di battaglia ed esclama: Il mio regno per un cavallo!
Con questo grido Riccardo celebra la potenza dei cavalieri e della cavalleria che dominerà il mondo fino all’invenzione dell’artiglieria. Perché ancora una volta sarà la velocità a fare la differenza. La velocità dei proiettili del cannone.
Per venire all’epoca moderna è facile costare che le grandi potenze coloniali sono state quelle che avevano sviluppato la velocità militare più alta. Quella velocità che consentiva loro di controllare territori più grandi. Il caso dell’Inghilterra in India è esemplare.
Così ancora una volta costatiamo come il potere non nasce solo dalla ricchezza, ma anche dal controllo della velocità.
C’è anche un altro aspetto più soggettivo dell’ossessione di fare in fretta o per tempo, perché, dice il proverbio: “Chi ha tempo non aspetti tempo”.
Questo proverbio e non è un caso fa capo all’invenzione nel Medioevo dell’orologio meccanico.
Un orologio che cominciò a tagliare il tempo in unità orarie cifrate. Che sostituì le campane delle chiese che fino ad allora ritmavano la giornata secondo gli uffici religiosi e le ronde delle guardie sugli spalti. Potremmo dire che con la diffusione dell’orologio si assiste alla nascita di un tempo secolarizzato, lineare e metrico, molto diverso sia da quello del sacro che da quello ciclico della natura con i suoi eterni ritorni. A che servì questo tempo meccanico?
Dapprima a regolare i commerci, a scandire le esigenze della vita inurbata, a misurare lo scorrere degli interessi sui capitali, poi, soprattutto, a sfruttare il lavoro operaio di uomini, donne e bambini.
In breve questo strutturarsi del tempo intorno al tema della velocità in qualche modo struttura anche il nascente capitalismo e le sue logiche produttive immortalate con efficacia dall’affermazione di Benjamin Franklin, scienziato, letterato e calvinista, (1706-1790): “Time is money!”
Cioè, il tempo è un valore di mercato, dunque una merce.
Se facciamo mente locale scopriremo che non per caso i servizi o le prestazioni di molte professioni si pagano in base al tempo, dagli psicanalisti agli avvocati, dai cottimisti alle donne delle pulizie, dagli idraulici ai dentisti. Dunque, se il tempo è denaro con l’informatica la velocità è potere.
Questo è anche il motivo per il quale chi controlla il tempo ha sempre un vantaggio strategico sui suoi avversari e perché le invenzioni tecnologiche di questi ultimi anni solo indirizzate soprattutto ad accelerarlo per mezzo della densificazione.
Un esempio di densificazione temporale, pericolosa e inavvertita è quella del casinò planetario nel quale si può giocare e scommettere in ogni minuto del giorno e da ogni angolo del pianeta.
Un’altra osservazione importante sul piano degli stili di vita è che quello che si guadagna con la velocità lo si perde altrove.
Con gli ascensori abbiamo dimenticato le scale che fanno bene alla vita sedentaria.
Con le auto, il camminare a piedi.
Con le e-mail le lettere su carta personalizzata con gli inchiostri colorati.
La velocità, insomma, da una parte ci da un vantaggio dall’altra ci toglie sempre qualcosa d’altro più o meno in modo irreversibile.
La velocità dei mezzi di trasporto ha modificato anche il nostro modo di percepire l’ambiente.
Il mondo a piedi, a cavallo, in bicicletta, in automobile, in aereo o navigando in internet, non è mai lo stesso mondo.
Più noi ci posizioniamo nel tempo e nello spazio attraverso la velocità più ci dissociamo dai nostri corpi, più la visione della realtà si appiattisce, più cambia la prospettiva delle cose, come ha ben riassunto un neoproverbio:
Noi siamo divenuti gli spettatori di un mondo visto da nessuna parte.
Di fatto, in passato, alcune velocità, quelle del battello, del treno, dell’automobile, dell’aeroplano, potevano grossomodo essere gestite e condivise da tutti, quindi democratizzate.
Di contro è quasi impossibile democratizzare la velocità assoluta dei sistemi informatici che ha molti dei caratteri del potere assolutistico quali l’ubiquità, l’immediatezza e l’onniscienza.
È la ragione per la quale molti sentono l’esigenza di inventare una democrazia del tempo a volto umano. Una democrazia solidale che consenta all’uomo di poter riflettere prima di agire. Di poter vedere le distanze e non essere investiti da alluvioni informazionali.
*****
Vediamo adesso il tempo come materia prima della contemporaneità. In questa prospettiva balza agl’occhi un fatto, la sua crescente scarsità. Abbiamo costantemente l’impressione che tutto ciò che ha una durata duri troppo a lungo. Di contro, che dobbiamo muoverci sempre più in fretta per mantenere le posizioni acquisite.
Sono concetti che nascono con la modernità e che spesso hanno anche una dimensione letteraria come in Goethe, Nietzsche o Benjamin.
Uno degli apici dell’accelerazione della vita corrente, come abbiamo detto, sono oggi i sistemi di rete che hanno trasformato radicalmente i rapporti sociali e gli stili di vita.
Vediamo in particolare tre dimensioni di accelerazione sociale.
La prima è l’accelerazione tecnica. È un’accelerazione intenzionale e riguarda soprattutto i trasporti, le comunicazioni e la produzione di beni e servizi.
Quantitativamente significa che rispetto alla nascita della modernità si è moltiplicata per cento la velocità dei movimenti legati alla persona e per centomila la velocità di trasferimento e di trasformazione dei dati. Da qui la sensazione, di cui parlò per primo McLuhan, di una nuova esperienza soggettiva, la contrazione dello spazio.
La seconda accelerazione è quella specifica dei mutamenti sociali. La velocità ha cambiato i nostri modi di vita trasformando i modelli relazionali e le pratiche della socialità. Non solo il ciclo delle mode è sempre più rapido (dall’abbigliamento, all’ascolto musicale, alle prestazioni dei modelli di autovetture), ma è più rapido l’avvicendamento con i nostri vicini di casa, la permanenza nel posto di lavoro, la durata delle nostre relazioni sentimentali.
Tutto questo implica una riduzione significativa della vita media del nostro sapere.
Una riduzione che mette fuori gioco chi perde il lavoro prima dell’età pensionabile, ma anche degli aspetti pratici della vita corrente come sono gli indirizzi e i numeri telefonici, i programmi informatici, le istruzioni per gli oggetti elettrici della casa, i programmi politici o i risultati sportivi, i programmi di formazione, tutte situazioni che devono essere attualizzate in intervalli temporali sempre più rapidi. Da qui la sindrome sociale di chi non riesce a stare al passo con i tempi.
La terza accelerazione è sugli stili di vita dal punto di vista soggettivo.
Cosa vuol dire? Che tutti cercano di vivere sempre più in fretta, aumentando il numero delle azioni e delle esperienze, vale a dire facendo più cose in meno tempo. Alla base di tutto ciò, come abbiamo già detto che la sensazione della mancanza di tempo. In altri termini, c’è oggi un acuto e spesso psicotico bisogno di tempo. Come dicono i sociologi americani per fare in fretta aumentiamo la velocità di masticazione e di recitazione delle preghiere, così ci roviniamo lo stomaco e l’anima. Abbiamo il fast-food, lo speed dating – l’incontro con il maggior numero di potenziali partner nel minor tempo possibile – il power nap – il sonnellino rigeneratore al posto di un buon riposo – quality time, tanto per citare alcuni fenomeni diffusi di comportamento.
C’è anche un altro modo di guadagnare tempo, è quello di abbreviare le pause, cioè i cosiddetti tempi morti organizzando il tempo a disposizione. È l’arte di vivere senza soluzione di continuità.
Infine, da qualche tempo a questa parte, si è imposto il multitasking. È l’arte di comprimere le azioni in modo di fare più cose contemporaneamente.
Come in tutte le cose della vita ad ogni azione c’è una reazione, nel caso della velocità è l’irrigidimento. Un primo aspetto dell’irrigidimento è costituito dai limiti delle velocità naturali.
Non tutto può andare veloce ci sono limiti naturali come sono quelli geo-fisici, biologici e antropologici. Cioè ambiti nei quali è difficile manipolare la velocità. Noi non possiamo, per esempio, manipolare la velocità del cervello nella percezione dei dati, non possiamo modificare i processi di crescita o di convalescenza. Per passare all’ambiente non possiamo modificare il ciclo di riproduzione di materie prime naturali, come la trasformazione dei sedimenti marini in petrolio.
Infine, uno degli irrigidimenti più sensibili e seri e quello rappresentato dalla capacità degli ecosistemi a smaltire i rifiuti inquinanti.
Va anche detto che l’uomo è un animale adattabile. Un tempo una velocità di cinquanta chilometri l’ora poteva negli automobilisti provocare la nausea, oggi abbiamo acquisito con l’esperienza la cosiddetta visione panoramica e i cinquanta chilometri di ieri ci sembrano una lentezza insopportabile. In altri termini c’è forse ancora un po’ di spazio perché i limiti temporali antropologici siano superati dai processi cognitivi.
Un secondo aspetto dell’irrigidimento è costituito dalle cosiddette isole di decelerazione.
Queste isole possono essere naturali, cioè, geografiche, come sono le celebri isole dei mari del Sud dell’immaginario vacanziero, possono essere culturali, come sono certe comunità, quali gli Amish dell’Ohio o, sociali, come le oasi del benessere e della lentezza realizzate all’interno di molti complessi polisportivi.
Un terzo aspetto dell’irrigidimento e costituito dal rallentamento involontario.
Nella contemporaneità spesso il rallentamento o l’arresto di movimento è una conseguenza secondaria involontaria dei processi di accelerazione. L’esempio di scuola è quello delle aree densamente popolate dopo la velocità di circolazione del traffico stradale subisce una continua riduzione di velocità. Va rilevato che questo fenomeno può indurre alla depressione, più in generale si è costatato che quando la sensazione del ritardo sorge là dove due velocità diverse vengono a contatto – come quelle di due file di autovetture – si generano nei soggetti delle forme d’impazienza che può anche rivelarsi insostenibile.
Gli esperti nel campo della dromologia considerano forme d’irrigidimento anche altre problematiche quali sono:
– la decelerazione intenzionale che può essere sia sociale, legata a determinati momenti e portatrice di determinate motivazioni ideologiche, che strategica, vale a dire connessa a delle strategie di accelerazione che la provocano per meglio sfruttare il gap tra i diversi effetti che producono.
– la decelerazione ideologica o politica che possiamo definire una critica al concetto di modernità e che si manifesta come resistenza.
Resistenza all’introduzione del telaio meccanico da parte dei ludditi, agli impianti ferroviari come è oggi il fenomeno dei “no TAV”.
Pingback: La semiosi, malattia infantile della semiocrazia | Valerio Mele