Introduzione al Corso di Sociologia della Comunicazione 2020-2021 (Prima parte)

INTRODUZIONE AL CORSO DI SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE – PRIMA PARTE (2020-10-02)

Come vi è stato detto più volte in questo momento l’Italia, l’Europa, il mondo stanno affrontando una dura battaglia contro un nemico invisibile e imprevedibile, un virus sconosciuto contro il quale al momento non esistono cure. 

Un nemico che colpisce tutti, senza fare discriminazioni, capace di scavalcare qualunque impermeabilità divisoria di qualunque natura essa sia, fisica, culturale, politica. 

Su questo virus sono stati pubblicati a partire dal marzo scorso più di duemila articoli scientifici, ma tutti confinati nelle aree della virologia, della immunologia, della medicina, della biologia, della matematica applicata ai contagi. 

Poche, invece, sono state le ricerche di tipo sociologico, eppure il distanziamento fisico e l’isolamento, anche psicologico, di centinaia di milioni di persone, tutte nello stesso periodo, può essere equiparato a un non-voluto esperimento sociale su scala globale, di grande intresse. 

Detto questo, ho ritenuto opportuno, anche da un punto di vista didattico, aprire il nostro corso di sociologia della comunicazione su alcune particolarità che stiamo vivendo, ripromettendomi di tornare sull’argomento più avanti, quando certi contenuti della nostra disciplina vi saranno più familiari.  

I media parlano di una crisi del fenomeno chiamato globalizzazione. 

Ma è una crisi causata dal corona virus o è una crisi che il corona virus ha portato alla luce? 

In tutti e due i casi siamo immersi in una contraddizione.

– Da un lato la globalizzazione ha agito come l’elemento patogeno che ha modificato le condizioni di vita di tutti, soprattutto degli abitanti della zona temperata del pianeta, consentendo al virus di diffondersi nello spazio e nei luoghi umani tramite l’interfaccia dei flussi materiali di persone e merci. 

– Dall’altra questa globalizzazione ci ha permesso in modo imprevisto, ma rapido e in molti casi efficente, di ri-impostare, sia pure con disagio, la nostra socialità e i nostri modelli di lavoro. 

Va aggiunto, digital divide permettendo.   

Il digital divide – divario digitale – non è soltanto una questione di accesso alle tecnologie digitali perché le competenze informatiche e i vantaggi che se ne possono trarre dal loro uso – come afferma più di una indagine – sono socialmente strutturati e dipendono dal livello di educazione dei singoli e, in sub-ordine, dal reddito delle famiglie di provenienza.  

En passant, notiamo che, a causa di tutto questo, molti temi sociali hanno perso di valore e molti altri diverranno rilevanti per le scienze sociali e la politica.  Due di questi temi saranno:

– il nuovo impatto che i dati personali – a cominciare da quelli della salute e scolastici – avranno nelle relazioni sociali e di lavoro.   

– le trasformazioni ambientali che conseguiranno all’improvvisa enorme e nuova pressione dei media digitali sulla vita corrente.  

A livello di aneddotica ricordiamo che questo virus è una micro-particella con un diametro di seicento volte più piccolo di un capello che avete in testa. 

In altri termini, come direbbero i paranoici della società di controllo, questa particella è sfuggita al dominio biopolitico dei centri di potere planetario o, meglio, all’intelligenza artificiale, all’internet delle cose, ai bigdata, all’astuzia degli algoritmi. 

Vedremo in seguito che cos’è la bio-politica.

Qualcuno potrebbe obiettare, ma non al cinema cosiddetto catastrofista, ma questa è un’altra storia ancora.

Una curiosità.

Quando avevo la vostra età gli hippies della California solevano dire: Even a paranoid have real enemies.     

Abbiamo detto che, con sorpresa dei più, da tempo molti strumenti funzionali che governano i flussi di capitale, i flussi di persone e di cose, l’automazione produttiva, che gestiscono i flussi informativi e le opinioni, non sono stati in grado di rilevare lo spostamento sui territori della geopolitica convenzionale di queste particelle che hanno usato il corpo umano come vettore.  

Lo ricordiamo perché, come è stato detto notato con sorpresa e disappunto, la velocità di diffusione del virus ha costretto l’evoluto mondo occidentale a provvedimenti di tipo ottocentesco, come il  distanziamento tra le persone, l’igiene delle mani, il confinamento nei lazzaretti domestici.   

A tutto questo, poi, è seguito un’accelerazione dei sistemi di controllo. 

La nuova frontiera, oggi, non è più quella del controllo dei corpi, ma dei “micro-corpi” attraverso il contacttracing, il tracciamento dei contatti e dunque degli infetti. 

(E’ la ragione per la quale vi ho detto che i dati personali diventeranno sempre più importanti nelle ricerche sociali). 

La discussione sull’uso dei dati personali – tra l’altro – ha fatto emergere le differenti posizioni politiche ed etiche rispetto all’uso che se ne fa per fini sanitari. 

Queste posizioni sono sostanzialmente tre, anche se hanno diverse sfumature.

Sono il modello europeo, il modello americano e il modello asiatico. 

Il modello europeo è il più vario e il più rispettoso della privacy, ma è ancora in fase di elaborazione a Bruxelles.

Quello americano è stato dettato (imposto) soprattutto dalle assicurazioni private e dalle società farmaceutiche che già hanno un forte controllo sui dati personali degli assicurati.  

Queste aziende, per fare un esempio, possono già da tempo ingiungere a un assicurato di indossare un braccialetto (Fitbit) che trasmetta i dati sulla propria salute alla propria compagnia assicurativa.  

Il modello cinese – paradossalmente – è il più evoluto è agisce per piattaforme digitali controllate dallo Stato.  La Cina è il primo paese che ha sperimentato – con risvolti autoritari – il contact tracing, indifferente a qualunque diritto di privacy da parte dei cittadini.   

Quanto al concetto di “società di controllo”, nella formulazione con la quale oggi se ne parla, data da almeno mezzo secolo ed è stata elaborata da Gilles Deleuze, un filosofo francese della scuola

de-costruttivista. 

Scuola che ha avuto, alla fine del secolo scorso, una grande influenza sulla cultura americana della East Coast

Abbiamo detto che i media digitali hanno contribuito a rendere meno catastrofico quello che sta succedendo, mediatizzando le distanze così come hanno mediatizzato molti aspetti della vita corrente un tempo solo parzialmente sottoposti all’influenza dei media, come, nel nostro caso, l’insegnamento.  

Questa nuova situazione non è neutra, come vedremo meglio nelle ultime lezioni di questo corso, ha cambiato in profondità il campo dei rapporti interpersonali riconfigurandoli radicalmente. 

Cosa vuol dire?

Che certi aspetti emozionali  della comunicazione interpersonale – spesse volte definiti magici dai poeti – ma soprattutto la complessità semantica dell’informazione e l’emotività interattiva di un incontro sono spariti e sarà difficile, nel breve periodo, ricostruirli su nuove basi. 

Sara difficile ricomporre le atmosfere di una lezione universitaria dal vivo così come ricostruire l’aurea di un aperitivo con gli amici. 

Da tempo si sperimentano formule di socializzazione a distanza, ma i risultati sono problematici anche se la vita online è diventata spesso preponderante sulla vita offline, soprattutto presso le giovani generazioni. 

In breve, la socialità mediatizzata, comunque strutturata, era, un tempo, una protesi tecnologica che sopperiva a certi limiti materiali della vita corrente, oggi sta per diventare dominante.

Cosa perderemo? 

L’unicità che ci ha accompagnato per secoli dei processi di socializzazione e di ciò non ne conosciamo le conseguenze.          

Lo ripetiamo, perché la socialità digitale non surroga la socialità della vita vissuta, ma la sta rimpiazzando. 

Dunque?

Nel breve periodo i nostri comportamenti sociali subiranno sempre di più l’imprinting di quelli artificiali costruiti con la tecnologia le cui mission sono – e questo è paradossale – elaborate da aziende private sulle quali non solo noi, ma le stesse istituzioni pubbliche non hanno un controllo controllo. 

Con il tempo apprenderemo a gestire queste situazioni, per adesso ci aspettano soprattutto due cose.

– imparare a gestire le nostre relazioni emotive anche a distanza, superando tutti i glitch – come gli esperti digitali chiamano gli errori.  

– essere consapevoli della iper-dipendenza della socialità da piattaforme digitali in mano a poche multinazionali private. 

Del resto, già da molti anni ci affidiamo a piattaforma commerciali a cui, incautamente, diamo l’opportunità di gestire i nostri dati. 

Milioni e milioni di dati che costituiscono l’ossatura del fenomeno dei big-data, il petrolio del XXI secolo. 

Lo vedremo più avanti, ma teniamo conto delle proporzioni. 

La quantità di dati contenuti in uno yottabyte (10 alla 24 byte) equivale a più di diciotto milioni di volte quella contenuta in tutti i libri scritti nel corso della storia dell’umanità. 

Concludiamo questa piccola introduzione al nostro corso con un augurio. 

Di diventare, per quanto ci è possibile, degli intronauti dello spazio digitale e volgere, quello che questo ci offre, a vantaggio dei nostri studi nella speranza di tornare presto a gestire la nostra vita corrente e i nostri sogni. 

Ottobre 2020. 

Un’ultima osservazione.  In questo momento collegate in rete, accanto a noi, ci sono più persone di quante ce ne fossero sulla terra all’inizio del 1800.    

SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

(PARTE PRIMA)

Grossomodo tutti sanno o credono di sapere che cosa sono la sociologia o le scienze sociali in generale.

In linea di massima si ritiene che siano delle discipline che studiano l’uomo e la società, le istituzioni, le relazioni sociali e i fondamenti della vita sociale. 

In particolare la sociologia è comunemente definita come uno studio scientifico della società o, se si vuole, dell’azione sociale e dei rapporti intersoggettivi al fine di interpretarli. 

Da un punto di vista storico o, meglio, dei processi che la strutturano e la de-strutturano la sociologia è una delle scienze empiriche (o, prasseologiche) del diciannovesimo secolo, nate, nell’alveo del positivismo come risposta ai cambiamenti innovativi e per buona parte imprevisti introdotti dalla modernità. 

Davanti a un mondo, che, da una parte, appariva sempre più piccolo e integrato e, dall’altra, a un’esperienza della realtà sempre più complessa e dispersiva, la sociologia rappresentava la speranza non solo di capire che cosa univa tra di loro gli individui e i gruppi sociali, ma anche di rimediare alle molteplici forme di conflitto sociale e culturale in atto. 

Va notato che a ragione della sua natura per molto tempo fu una disciplina del mondo occidentale elaborata da una cultura permeata di eurocentrismo e istanze colonialiste. 

Solo dopo due guerre mondiali e l’inizio del fenomeno della globalizzazione si diffuse nel resto del mondo, non senza qualche difficoltà interpretativa che, in alcuni casi, giunse fino al suo rifiuto o a una sua radicale revisione.     

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Oggi la sociologia rappresenta, da un lato, uno dei più efficaci paradigmi per la comprensione della complessità, che caratterizza il mondo moderno. 

Dall’altro, costituisce uno degli strumenti più utilizzati per sondare il modo di formarsi della cultura, dei valori, degli stili di vita e insieme dei nuovi mutamenti sociali, come sono la globalizzazione dei mercati, l’affermarsi delle società multi-etniche, l’incidenza dei mass-media sugli stili di vita, i costumi, le abitudini e l’avanzare nella socialità delle tecnologie digitali. 

Uno degli obiettivi è di illustrare le dinamiche che spiegano il divenire delle esperienze, delle passioni e del fare degli uomini con la cultura dei segni, delle forme sociali e delle  neo-tecnologie che dominano la modernità e le sue rappresentazioni. 

Così come di educare gli uomini a decifrare i significati del mondo reale e del vissuto, che si nascondono dietro le architetture della rappresentazione sociale e dei suoi simulacri. 

In sostanza la sociologia si occupa della società come un prodotto umano e dell’uomo come un prodotto sociale.  

È per questo che,in passato, èstata definita come la scienza dei fenomeni sociali.

C’è da aggiungere che oggi, sempre più spesso, le teorie sociologiche sono – da molte scuole di pensiero – trattate ed usate ed come se fossero degli strumenti ideologici per adattare il comportamento degli uomini ai bisogni dell’epoca e ai suoi oggetti sociali. 

In una prospettiva politica è come dire che le diverse sociologie, in cui si divide lo studio della società, sono diventate dei mezzi con i quali si spiega e si legittima l’ordine sociale, sia esso improntato alla conservazione, che al progresso e all’innovazione.   

Va anche osservato che, per le scienze sociali, un fenomeno sociale è caratterizzato dalla proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali, gl’individui se li trovano di fronte come delle realtà che preesistono loro e che spesso sono indifferenti alla loro opinione.   

In secondo luogo, i fenomeni sociali sono anche dotati di un consistente potere imperativo e coercitivo in forza del quale s’impongono agli individui con o senza il loro consenso.   

In questo corso dedicheremo molto spazio alla comunicazione digitale.  A questo proposito ricordiamo che la Goldsmiths University di Londra – specializzata nelle arti, nelle scienze umanistiche e sociali – ha fin dal 2013 istituito i primi corsi di laurea magistrale in Sociologia Digitale, corsi orientati soprattutto nell’analisi degli usi di questo nel configurare la soggettività, la corporeità e le relazioni sociali e nell’analisi dei Big Data nella costruzione di strumenti di sorveglianza e controllo della privacy.   

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Il termine di sociologia fu coniato nel 1824 dal filosofo francese Auguste Comte (1798-1857) che, nel suo Corso di filosofia positiva, pubblicato nel 1839, la impiegò al posto di un’espressione che abbiamo già ricordato, quella di fisica sociale

Un’espressione che era nata nella seconda metà del ‘700 per definire lo studio positivo delle leggi fondamentali proprie dei fenomeni sociali

Questa idea di una fisica sociale, come strumento per studiare gli uomini, servirà a rivoluzionare un certo modo di vedere il mondo. 

A capovolgere certezze centenarie e a seminare il dubbio là dove gli antichi saperi costituiti avevano i loro capisaldi, edificati – il più delle volte – sulla sabbia dei luoghi comuni e delle illusioni religiose.      

Il termine positivismo (che compare nel titolo del libro di Comte) fu impiegato per la prima volta da  Claude Henri conte di SaintSimon (1760-1825) per definire un metodo esatto, dal punto di vista scientifico, con il quale fosse possibile affrontare i temi con i quali la società e gli uomini devono in continuazione misurarsi. 

L’idea da cui questo metodo prese il via è contenuta nelle tesi dell’Illuminismo francese. 

In generale si può dire che il positivismo contribuì a divulgare i principi e la necessità di una organizzazione scientifica della società (soprattutto di quelle industriali) dando un senso ad un grandissimo fenomeno, sociale, politico ed economico del mondo occidentale, il fenomeno della tecnica, intesa come una scienza dei mezzi, che si materializza nella tecnologia dando vita a quella che fu definita la civiltà manifatturiera.    

Per i positivisti la scienza è l’unico strumento di conoscenza reale (dunque, possibile) del mondo da cui ne consegue che solo i principi scientifici e le cause analizzabili con il metodo delle scienze possono dare origine alla conoscenza

Come mostra la storia delle idee oltre che nel discorso delle scienze dell’uomo, il paradigma del positivismo (nel corso dell’Ottocento) penetrò nella medicina, nella politica, nella giurisprudenza, nell’insegnamento, nell’economia, nella filosofia e in molte altre discipline operative.    
In questo senso il concetto di sociologia rimanda a un discorso sull’individuo inteso come un membro della società, quindi a una disciplina che studia il fondamento dei rapporti intersoggettivi come se fossero una scienza, cercandone un senso, una ragione, un obiettivo sociale. 

NOTA.

Nella scia delle teorie formulate da Auguste Comte, tra i molti autori, ricordiamo Herbert Spencer (1820-1903), un filosofo inglese di orientamento positivista, con grandi interessi per la psicologia.  Spencer è considerato il padre della filosofia evoluzionistica, con lui e per la prima volta, le teorie di Charles Darwin (1809-1892) sull’evoluzione sono applicato alle scienze sociali. 

L’evoluzionismo – considerato come una visione laica del mondo – ha avuto, nell’ambito del discorso sociologico, il merito di focalizzare l’attenzione sul legame tra passato, presente e futuro. 

Possiamo dire che ha sottratto il passato al suo destino di storia morta, facendolo apparire come un materiale vivente, o con un’immagine positivista, come il materiale geologico con cui l’umanità costruisce il suo presente, cerca d’immaginare il suo avvenire e gli dà un senso. 

Un senso che non deve avere le stigmate di un destino ineluttabile. 

Una curiosità.  All’evoluzionismo si oppone il Creazionismo, una concezione filosofica e religiosa che attribuisce l’origine del mondo a un atto creativo compiuto da Dio.

 In una prospettiva scientifica, il creazionismo è la dottrina che nega l’evoluzione delle specie viventi (come per primo furono descritte da Darwin) sostenendo che esse sono state create da Dio così come sono e tali sono rimaste attraverso i secoli.

Insieme a Spencer un altro autore da ricordare è John Stuart Mill (1806-1873), filosofo ed economista inglese, studioso di un particolare capitolo delle forme economiche,  quelle legate ai temi dall’utilitarismo. 

L’utilitarismo, in estrema sintesi, è una dottrina che ha l’obiettivo di elaborare i modelli di comportamento economico che guidano le scelte individuali. 
Di per sé le tesi sull’utilitarismo sono molto antiche, si possono addirittura far risalire a Epicuro, vale a dire, al quarto secolo circa prima dell’era comune, ma diventarono importanti dopo la rivoluzione industriale. 

L’utilitarismo elaborato da Mill tende a legare il bene con l’utile e a trasformare l’etica e le forme della morale, in una scienza della condotta umana. 

Aggiungiamo che Mill in Inghilterra è ricordato con una certa simpatia, soprattutto dalle femministe, perché fu uno strenuo partigiano del diritto delle donne al voto. 

Sempre per restare nell’ambito dell’utilitarismo inglese è importante ricordare un altro suo padre nobile, Jeremy Bentham (1748-1832). 

Bentham è un filosofo riformatore, fautore, in sede politica e legislativa, di un grande disegno organico di riforme sociali fondate sul principio dell’equità.   

Questo filosofo è molto conosciuto nei paesi di lingua inglese come il filosofo della felicità, per aver posto questo sentimento a guida e a motore dell’azione degli uomini. 

Le sue tesi possono essere riassunte in questo principio: Il dovere dei legislatori, vale a dire dei parlamenti e dei governi, è quello di assicurare il massimo della felicità possibile al maggior numero possibile di individui. 

Ricordiamo che la parola felicità compare come un diritto inalienabile dei cittadini insieme alla vita e alla libertà nella Dichiarazioned’Indipendenza Americana del 4 luglio 1776. 

È una prova della popolarità delle tesi di Bentham (quando ancora era ancora in vita) nell’area dei paesi anglofoni.   

Tornando a Mill.  Per questo filosofo la sola conoscenza possibile è quella empirica e è il metodo della logica deve guidarla. 

Cioè, un metodo per creare inferenze (l’inferenza in logica è un processo per trarre conclusioni dai fatti presi in esame) fondato sull’induzione e la deduzione e, in sub-ordine, sull’abduzione (che è una sorte di sillogismo debole), improntato ad un certo realismo metodologico.   
Temi che Mill affrontò in un libro famoso, intitolato Sistema della logica deduttiva e induttiva, uscito a Londra nel 1843.  

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Riconsideriamo quello che abbiamo detto da un altro punto di vista, più antropologico partendo dalla considerazione che nelle cosiddette società primitive o tribali non esisteva il problema di dover riflettere sui fondamenti dell’ordine sociale. 

NOTA: In antropologia culturale primitivo significa non evoluto o, meglio, evoluto in modo diverso.

Le forme primitive e le forme evolutive dipendono dall’ambiente, dal clima e dalle circostanze culturali.

I rapporti interpersonali all’interno di queste società erano basati principalmente sui vincoli di sangue, di latte, di parentela e, non da ultimo, su legami di natura magica o sacra. 

Erano società semplici, con strutture organizzative elementari, poco dinamiche, con scambi e contatti ridotti con le altre realtà sociali esterne ad esse, anche se spesso improntati a una certa conflittualità. 

Tutto questo con l’evoluzione andò in crisi soprattutto per due circostanze: 

 – La prima circostanza è la crescita demografica, che si ebbe grazie alla diffusione e allo sviluppo delle culture cerealicole a cominciare da quella regione che oggi viene definita della mezzaluna fertile

Un territorio che corrisponde grossomodo all’area medio-orientale e, conseguentemente, con la nuova complessità sociale che questa crescita comportò con l’aumento delle nascite. 

Nella storia dell’uomo la cosiddetta svoltacerealicola anticipa la nascita delle città.  Fece aumentare i tassi di natalità e stabilizzò i nuclei familiari che poterono contare sulla certezza di potersi nutrirsi. 

NOTA: Un libro interessante su questi temi e per il tipo di studi che si tengono allo IED è La città e la storia (1963)di Lewis Mumford. 

Mumford è stato un sociologo e urbanista americano (1895-1990).  Ha tenuto corsi nelle università Harvard e Yale.  É noto per aver riformulato un’interpretazione socio-urbanistica della città industriale e della sua crisi. Studiando il riflesso della storia della società sulla città, ha radicalmente trasformato il significato dell’urbanistica. Tra le sue opere: The story of utopias (1922; trad. it. 1968). Technics and civ ilization (1934; trad. it. 1961). The culture of cities (1938). The condition of man (1944; trad. it. 1964). The city in history (1961). 

– La seconda circostanza si ebbe con il diffondersi dei commerci, dei viaggi e dei trasporti, che misero in crisi le strutture di tipo ancestrale e stanziali.  

Questa crisi gli storici la fanno grossomodo risalire, per quanto riguarda l’area del Mediterraneo, all’ottavo/settimo secolo prima dell’era comune, a partire dalla Grecia, che allora esprimeva un modello di società evoluta. 

Sono gli anni che vedono la nascita delle polis, delle città-stato.   

Forme urbane che, sia pure in forma embrionale, svilupparono al loro interno delle configurazioni sociali complesse, in continua trasformazione, spesso concorrenti tra di loro. 

Da un punto di vista funzionale, in queste cittàstato l’organizzazione comunitaria cominciò a faticosamente ad organizzarsi intorno a due temi contrapposti, quello della solidarietà sociale e quello dell’interesse economico.   

La questione più importante è che queste micro-società diventarono, con il tempo, dinamiche, e si caratterizzarono per un costante mutamento evolutivo. 

Tutto il contrario delle società primitive.  Società statiche, lente, fondate su valori considerati sacri, su valori condivisi, che si ritenevano divini, eterni e indiscutibili.  

In particolare, la città-stato greca è tra queste estremamente articolata, fluida e in qualche misura laica

Dalla polis, poi, scaturì la politikà, la scienza degli affari pubblici, la politica. 

Questa politica possiamo definirla come la scienza (o la tecnica) dei problemi che riguardano la polis dal punto di vista dell’esercizio del potere nel quadro della forma di Stato, sia pure embrionale. 

Problemi che erano la conseguenza e il riflesso di due preoccupazioni principali.   

– Come sviluppare nuove forme di legittimazione e di delega per coloro che dovevano guidare la polis, in pratica, esercitarne il governo

È quella che oggi chiamiamo il tema della rappresentanza

 – Come trovare e definire quelle regole che, se osservate da tutti, garantiscono la pace sociale e fanno prosperare il cosiddetto bene comune.   

Facendo un salto di secoli, diciamo che è dallo sviluppo di queste considerazioni che, molti secoli dopo, nasce e si sviluppa la teoria contrattualistica della società. 

Uno dei suoi artefici principali fu il filosofo inglese, Thomas Hobbes (1588-1679). 

Hobbes aveva studiato a Oxford ma la sua formazione fu caratterizzata dai suoi continui contatti con l’ambiente culturale europeo. 

Visse a lungo a Parigi, dove conobbe Cartesio. 

La sua opera più importante, tra i molti libri che scrisse, fu il Leviatano, pubblicato nel 1651. 

In linea generale si può dire che la filosofia di Hobbes rappresentò, nel XVII secolo, un’alternativa alla filosofia di Cartesio, non solo perché la filosofia di quest’ultimo era legata alla meta fisica, mentre quella di Hobbes era legata a presupposti materialistici, ma perché i due filosofi attribuiranno alla ragione capacità cognitive diverse. 
In breve, diciamo che Cartesio, a differenza di Hobbes, era fiducioso nell’esercizio della ragione.

La filosofia di Hobbes ha come obiettivo quello di porre i fondamenti per una società pacifica e ordinata che lui pensava fosse possibile solo grazie ad un potere assoluto dello stato, allora impersonato da un monarca. 

Hobbes era convinto che fosse inutile una filosofia basata sull’astrazione filosofica, perciò cercò di creare una filosofia puramente razionale, che escludesse il soprannaturale, che in qualche modo liquidasse ciò che era stato affermato dagli autori antichi. 

Una filosofia che prendesse spunto esclusivamente dalle leggi della natura. 

Egli fu il primo filosofo ad affermare, in modo chiaro e convincente, l’assoluta necessità di una scienza politica, considerato che l’uomo è un animale egoista. 

Il punto di partenza di questa teoria contrattualistica è l’affermazione che il mondo dell’agire umano è retto da leggi analoghe a quelle dell’ordine naturale. 
Se questo è vero, pensava Hobbes, si può arrivare a sviluppare una scienza della società umana che ha la stessa oggettività delle scienze esatte, come la geometria o la fisica. 

Da questa considerazione ne deriva il convincimento che la società e il potere politico non sono affatto naturali per l’uomo, ma costituiscono una convenzione (un compromesso) per mettere fine allo stato d’insicurezza permanente che caratterizza lo stato di natura. 

In breve per Hobbes le origini della società devono essere fondate su un patto, su di una specie di contratto liberamente sottoscritto (accettato) da chi vive in quella società. 

Poi, attraverso la rappresentanza politica, gli uomini – per sottrarsi al disordine dello stato di natura come stato a-sociale, caratterizzato dalla lotta di tutti contro tutti (homo homini lupus est) –  convenirono (come male minore) di sottoporsi al governo di un sovrano assoluto. 

Può apparire – per certi versi – una teoria semplicistica che non va però sottovalutata, soprattutto alla luce delle implicazioni che ne derivarono.   

Le due principali sono:  
1 – Se pensiamo la società in questo modo essa diventa una costruzione storica, un prodotto positivo, privo di una sua necessità ontologica (a limite anche teleologica) o di un destino, cioè, di “un dover essere così”…per volere di Dio o di un ente superiore.   

2 – Poi, come sosterranno le correnti illuministiche settecentesche, se la società scaturisce da un patto tra gli uomini, questo patto si può anche rivedere e, magari, riformulare più o meno radicalmente.  
Poi, nulla esclude in teoria, come ne dedussero i movimenti riformisti, che la revisione di questo patto possa avvenire anche con una rivoluzione, che fu il sogno di molti uomini dell’Ottocento europeo e di tutti i movimenti politici d’ispirazione socialista. 

L’altro grande protagonista di quel pensiero della politica che trasformerà per sempre la cultura occidentale è Charles-Louis di Montesquieu (1689-1755), filosofo e saggista francese. 

Con Hobbes rappresenta il fondatore della dottrina politica moderna, colui che per primo formulò la teoria della divisione dei poteri. 

La sua opera maggiore, De l’esprit des lois, fu pubblicata a Ginevra nel 1748. 

Scrittore prolifico di lui vanno ricordate almeno le Lettres persanes, che uscirono anonime a Amsterdam nel 1721, in cui tratta, in modo letterario, utilizzando la forma del romanzo epistolare, molti motivi tipici del suo pensiero politico, come la polemica contro le dispute religiose e l’intolleranza, la funzione morale e sociale della religione, il rifiuto del dispotismo, la difesa dei parlamenti come garanzia di libertà.   

Ne l’Esprit des lois egli scrive, “molte cose guidano gli uomini: il clima, la religione, le leggi, le massime di governo, le tradizioni, i costumi, le usanze.  Dalla confluenza di queste cose si forma uno spirito generale, che ne è il risultato”. 

Egli realisticamente distingue tre tipi di governo possibile: repubblicano, monarchico, dispotico. 

In particolare il governo repubblicano, poi, può essere democratico o aristocratico. 

Il governo aristocratico, però, distingue tra nobili e popolo o, meglio, i nobili formano una classe che per difendere i propri interessi reprime il popolo. 

Da qui la necessità di una scienza della politica che distingua e renda autonomi i tre poteri che possono difendere la libertà e l’equità.

Sono:

– il potere legislativo.

– il potere esecutivo.

– il potere giurisdizionale o giudiziario.  

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Facciamo un altro passo in avanti. 

Il Settecento fu il secolo dell’Illuminismo e degli enciclopedisti francesi che sommariamente, si può dire, raccolsero e svilupparono l’eredità dell’empirismo inglese.   

L’Illuminismo è caratterizzato dalla convinzione che si possono risolvere i problemi della società con i soli lumi della ragione e a dispetto di ogni rivelazione religiosa o di ogni tradizione.   

È il secolo di Diderot, D’Alembert, Rousseau, Helvétius, Voltaire e dei primi filosofi materialisti come Paul-Henry barone d’Holbach, per ricordarne qualcuno.    

Intrecciamo adesso la domanda relativa a quando è nata la sociologia con quella che si interroga sulle ragioni della sua comparsa. 

Questo perché occorre capire, prima di procedere, le motivazioni per le quale la sociologia e, in generale, tutte le scienze sociali e/o empiriche ( prasseologiche) hanno avuto la loro culla nel corso dell’Ottocento. 

 Sono scienze che nel loro specifico campo di studi, ereditano, sia pure in misura diversa, il patrimonio della filosofia classica e in un certo senso, i suoi progetti. 

Nel complesso queste scienze rappresentano il tentativo di reagire ad una crisi di portata epocale, la crisi del pensiero metafisico, cioè, di quel discorso ideale sulle cose del mondo che si pone oltre la fisica e oltre gli aspetti materiali della mondanità. 

Diciamo che la metafisica è una dottrina filosofica che si auto-definisce come una scienza della realtà assoluta, capace di fornire una spiegazione delle cause prime della realtà prescindendo da qualsiasi dato dell’esperienza. 

In breve la metafisica è quella parte della filosofia che, andando oltre gli elementi contingenti dell’esperienza sensibile, si occupa degli aspetti ritenuti più autentici, sacri e fondamentali della realtà, da qui il suo stretto rapporto con la teologia, con la scienza del divino. 

Questa crisi della conoscenza corre parallela alla nascita dell’idea di modernità che, per convenzione, la maggior parte degli storici fa risalire alla Rivoluzione francese, vale a dire al 1789

Una delle prime definizioni di modernità la si trova in un testo di Honoré de Balzac (1799-1850), essa indica la presa di coscienza della singolarità dell’epoca, in materia letteraria ed artistica, in rapporto al passato.  

NOTA: Il termine di modernità (modernité) è stato utilizzato per la prima volta dal poeta francese Charles Baudelaire.  Per Baudelaire indivava la sfuggevole ed effimera esperienza della vita condotta all’interno della metropoli e della città, e anche la responsabilità che l’arte ha di catturare quell’esperienza e di esprimerla nelle forme più suggestive ed originali. 

Poi, per estensione, la modernità è diventata il carattere proprio di un mondo, di una società, di un’epoca, che ha avvertito, spesso con angoscia, come il passato non rinvia più a nulla.  

C’è unidea di modernità che ci interessa in modo particolare.  

È quella che riguarda il mondo delle arti. 

Nasce in Francia con il Secondo Impero (1852-1870) in opposizione all’arte accademica – in seguito definita uno stilepompier –  è un’arte indipendente che si proclama realista e che conosciamo meglio nella sua evoluzionedefinita impressionista

In nome della modernità il realismo opera una serie di rotture sia storiche che politiche. 

In politica da vita al radicalismo, i pittori realisti o naturalisti sono repubblicani e si oppongono ai disegni imperiali di Napoleone III. 

C’è una rottura nell’ambito dell’estetica.  Questi artisti detestano le grandi scenografie mitologiche e le maestose mitografie dei pittori accademici, rivendicando la bellezza semplice della natura e del corpo umano. 

Nell’ambito della questione sociale il realismo da vita a una serie di rivendicazioni che salgono dal basso.  I suoi protagonisti provengono – salvo qualche eccezione – dal popolo, difendono la democrazia e detestano la cultura aristocratica al potere. 

Nel modo di pensare l’ambiente, rivalutando la campagna contro il moltiplicarsi degli appetiti dell’industria e del capitale manufatturiero che sta cambiando la geografia del territorio. 

Sul tema della modernità ricordiamo che qualche anno fa un sociologo di origini polacche, Zygmunt Bauman, ha introdotto il concetto di  modernità liquida (il saggio omonimo Liquid Modernity è del 2000, la traduzione italiana del 2006) nel tentativo di spiegare la post-modernità. 

Per Bauman la modernità liquida è una metafora di quel potere che è capace di dissolvere le tradizioni, le istituzioni,gli stili di vita e perfino la stessa morale, tipico del capitalismo globalizzato e digitalizzato.   

Questa modernità si caratterizza per l’impossibilità degl’uomini di individuare dei punti di riferimento stabili – necessari  alla costruzione di una propria identità sociale – e nell’ansia che ne consegue, un’ansia che si invera nel concetto di precarietà economica e dei valori morali.  

Proseguiamo.  Dal punto di vista delle scienze sociali la crisi della conoscenza classica si colloca tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. 

Sono gli anni in cui si conclude la parabola storica dell’Illuminismo, che aveva mostrato come il mondo che abitiamo fosse più complesso di quello che sembrava e ancora per buona parte inspiegato.   

Una inspiegabilità che metteva in luce come, con il proseguire della conoscenza sperimentale, tutte le idee semplici ed astratte e tutte le invocazioni della fede religiosa non servissero più a nulla. 

In altre parole, con la Rivoluzione francese giorno dopo giorno l’antico affresco del mondo, che era stato dipinto a cominciare dalla filosofia greca, va in pezzi dando vita a tutta una serie di tentativi per porvi rimedio.   

Generalmente si chiamano conservatori o reazionari gli sforzi impiegati a ricomporlo e progressisti o rivoluzionari quelli impiegati per approdare a nuovi e più avanzati equilibri.   

Ma, c’è anche un fatto nuovo, decisivo per il mondo Occidentale, l’avanzare prepotente in tutti i campi della vita corrente, dagli affari alla politica, dalla morale al governo delle nazioni, di una nuova classe sociale, quella che di fatto aveva vinto la Rivoluzione francese e che adesso esigeva che le venissero riconosciuti quei diritti per i quali aveva preso le armi: la borghesia.   

Com’è noto, il 14 luglio 1789 il popolo di Parigi prese d’assalto la Bastiglia, ma nel suo diario Luigi XVI, quello stesso giorno scrisse una sola parola: Rien. 

Siccome le idee non cascano dal cielo, ma si formano e si sviluppano tra gli uomini, una tale rottura epocale – che questo aneddoto descrive in modo vivido e che da vita alle convulsioni della  modernità – è soprattutto il prodotto di questa nuova classe in ascesa.  

Giocoforza, la sociologia, come scienza della società, non poteva nascere in un altro momento

Questa disciplina era funzionale ad un rinnovato modo di vedere il mondo, rispondeva alle aspettative di una classe sociale alla ricerca di un’identità all’altezza della sua storia e del suo potere economico, fino al punto che non solo ne esprimeva i caratteri, ma arrivava a rafforzarla nelle sue consapevolezze e nelle sue determinazioni, in prospettiva, nei suoi errori.  

La sociologia, soprattutto al suo esordio, ha poi contribuito a diffondere, perlomeno tra le classi dominanti, due grandi miti dell’Ottocento:

il mito della tecnica, più specificatamente, della macchina. 

– il mito del progresso (o, dell’idea di progresso), come speranza di un futuro radioso per un numero d’individui sempre più numeroso. 

Questo secondo mito rappresentava una fiducia, per molti illimitata, per altri ingenua, nell’avanzamento continuo e instancabile della scienza e con essa delle condizioni materiali e spirituali dell’umanità

Una curiosità.  Ritroveremo questi due miti nel motto dell’Esposizione Universale di Chicago del 1933:  “La scienza trova, l’industria applica, l’uomo si adatta”.

Abbiamo accennato a come il positivismo abbia in qualche modo orientato, nel corso dell’Ottocento, le principali ricerche intorno al tema della società e delle sue leggi, mentre alle sue spalle si scolorivano e si dissolvevano le strutture e i valori tradizionali dell’Ancien Régime. 

In questo contesto maturarono molte ricerche e si aprirono, spesso in modo caotico, confronti e dibattiti su concetti, teorie o riflessioni che oggi appaiono popolari, ma che allora sembravano irriverenti, improponibili, blasfemi o addirittura intoccabili. 

Per esempio: 

Si cominciarono ad affrontare i temi del rispetto culturale dell’Altro, come individuo.  Dei popoli come una forma sociale d’identità d’accettare e comprendere.   

Nacque la cooperazione internazionale come strumento per avviare un sentire comune delle differenze culturali, sociali e politiche. 

Si cominciò a sviluppare l’idea di nazione e di solidarietà sociale. 

Si diffuse il principio della necessità di assistere gli indigenti e i malati, diventò popolare l’idea di consenso, come base della democrazia, la pratica del suffragio elettorale per eleggere i parlamenti. 

Si cominciò a riconoscere il diritto al voto per le donne. 

Molti paesi europei introdussero il divorzio che, implicitamente, trasformava il matrimonio da sacramento divino a un semplice contratto tra un uomo e una donna.  Un contratto che poteva essere sciolto.  La legge italiana è del 1970. 

Si cominciò a riflettere sulla necessità di un controllo delle nascite. 

Come si osserva sono temi che ancora oggi costituiscono (o, dovrebbero costituire) la spina dorsale delle democrazie occidentali.  

Temi che si raccordano con la contemporaneità che viviamo.

Secondo i sociologi e i politologi questa società contemporanea si caratterizza per almeno tre aspetti: 

– Una spinta globale all’interconnessione attraverso dei sistemi di rete sempre più estesi all’intero pianeta. 

– Una evoluzione degli stili di vita sempre più rapidi e profondi che sono, per la prima volta nella storia dell’uomo direttamente legati all’innovazione tecnologica post analogica. 

– Una trasformazione dell’ambiente e dell’habitat di un’ampiezza senza precedenti dovuta a dei fattori evolutivi di natura sociale, culturale, economica e tecnologica. 

Quello che più conta è che questi mutamenti sono di natura irreversibile e coinvolgano direttamente tutti, sia pure in modi differenti, a partire dal quotidiano, cioè, dal nostro modo di concepire la convivenza umana. 

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Qualche nota sul concetto di cultura.

Prendiamo adesso in considerazione un concetto chiave degli studi sociologici.  Il concetto di cultura

Prima di esaminarlo, vediamo come l’UNESCO l’ha definita nella “Dichiarazione di Messico City” sulle politiche culturali del luglio-agosto 1982.   

La cultura nel suo significato più ampio è considerata come l’insieme dei tratti distintivi, spirituali, materiali, intellettuali ed affettivi, che caratterizzano una società, un gruppo sociale o un individuo. 

Subordinata alla natura essa ingloba, oltre che l’ambiente, le arti e le lettere, i modi di vita, i diritti fondamentali dell’essere umano, i sistemi di valore, le tradizioni, le credenze (in buona sostanza le religioni) e le scienze.

Di fatto, si volle riconoscere che ogni società umana possiede una propria cultura che si distingue dalle altre e va rispettata. 

Questa cultura, però, deve saper ammettere l’esistenza delle altre culture e al limite accoglierle. 

Questo multiculturalismo è l’espressione di una speranza, che le culture siano riconosciute, s’incontrino, si mescolino, si misurino e, soprattutto, si trasformino e si evolvano. 

Il problema è che in questa fase della globalizzazione digitalizzata nessuno sa ancora dire se questa evoluzione si muoverà verso una maggiore diversità, verso delle nuove diversità o verso una omologazione delle culture più o meno importante.

A parte questo, la definizione di cultura nelle scienze sociali è sempre stata oggetto di ampi dibattiti. 

Il motivo non è difficile da comprendere perché i suoi diversi significati non riflettono solo una diversa visione del concetto di cultura in sé, ma una differente valutazione della realtà.  

Al centro del significato di cultura, nel corso della seconda metà del Novecento, ha guadagnato importanza da una parte il concetto di vita corrente (vale a dire dei ruoli, delle aspettative, delle credenze, dei miti, dei riti e di tutte le pratiche che strutturano l’agire quotidiano), dall’altra, la sua natura di congegno cognitivo per dare un significato al mondo e farne emergere le identità che lo compongono, sia pure nelle loro diversità.   

Gli sviluppi recenti degli studi sul concetto di cultura hanno poi posto l’attenzione sui limiti delle definizioni di natura statica perché, se da una parte sono in grado di descriverne gli aspetti, dall’altra acuiscono e moltiplicano le differenze, facendo sembrare le culture delle entità astratte nelle quali appare svalutato lo spazio che possiedono le autonomie individuali o i piccoli gruppi.   

James Clifford, un antropologo americano della corrente definita de-costruttivista (insegna storia della conoscenza in California) ha introdotto, sulla scia di queste osservazioni, l’ipotesi che la cultura non è un bagaglio di modelli definiti, ma un insieme di possibilità e vincoli che strutturano la realtà in un processo dinamico, una realtà che si alimenta di una continua ibridazione anche con altre culture.

NOTA: Il decostruzionismo statunitense. − Risale alla metà degli anni Sessanta (1966, anno del convegno organizzato dalla Johns Hopkins University su The languages of criticism and the science of man, con interventi, tra gli altri, di G. Poulet, L. Goldmann, T. Todorov, R. Barthes, J. Lacan, J. Derrida, N. Ruwet) l’interesse più marcato della critica statunitense verso le posizioni teoriche di Derrida e di altri esponenti del post-strutturalismo europeo, soprattutto francese, che dà vita, nell’ambito della critica letteraria, alla cosiddetta ”scuola di Yale” o Yale Critics: un gruppo di docenti − P. de Man, G. H. Hartman, J. H. Miller, H. Bloom − presenti in quegli anni a Yale, generalmente accomunati nell’indirizzo decostruzionistico pur provenendo da esperienze culturali diverse ed esprimendo istanze metodologiche assai differenziate.

Il quadro di riferimento entro cui si colloca la multiforme esperienza decostruzionistica nel mondo accademico statunitense degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta è costituito da un lato dal distacco se non dall’aperta polemica contro il New Criticism degli anni Venti e Trenta (J. C. Ransom, A. Tate, C. Brooks, R. P. Warren, W. K. Wimsatt), il cui influsso perdura negli USA fino agli anni Cinquanta, dall’altro da una dichiarata insoddisfazione nei confronti del formalismo critico di ispirazione strutturalistica. In linea di massima, la messa in discussione delle teorie e metodologie della critica letteraria, dal formalismo allo strutturalismo, dai new critics alla fenomenologia e alla critica simbolica e archetipica, contrassegna il d. statunitense, in sintonia o in dialogo anche polemico con le tesi derridiane che ne costituiscono comunque il punto d’avvio, comportando, sul versante più propriamente critico, una massiccia rivalutazione del Romanticismo e della letteratura romantica angloamericana.

In sostanza si è passati da una visione di cultura come “roots” (radici) ad una come “routes” (percorsi).

Una definizione analoga è quella elaborata dell’antropologo americano Clifford Geertz (1926-2006), il quale accomuna, per analogia, l’idea di cultura a una rete di significati che gli individui hanno creato e continuano incessantemente a ricreare, trasformandola. 

Una rete nella quale essi sono allo stesso tempo i protagonisti e i compromessi. 

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Un approccio critico alla nozione di cultura è quello rappresentato dalla Scuola di Francoforte (tra coloro che ne fecero parte ricordiamo tra gl’altri, Adorno, Horkheimer e Marcuse) che, su questo tema, ha elaborato i concetti di industria culturale e di cultura di massa. 

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La Scuola di Francoforte è costituita da un gruppo di studiosi che indirizzarono i loro sforzi intellettuali, intorno agli anni Trenta del secolo scorso, verso i temi della filosofia e della sociologia in riferimento alla vita corrente.  Il luogo nel quale svilupparono le loro ricerche fu l’Istituto di Ricerche Sociali, con sede all’interno dell’Università di Francoforte.

Il tema centrale, oggetto di studio dell’Istituto, fu definito la teoria critica della società.   

Con questa espressione è indicata quella elaborazione intellettuale tesa a criticare l’ideologia capitalistica, evidenziandone le falle interne, con l’intento di offrire modelli d’interpretazione alternativi.

Theodor Adorno, come la maggior parte dei suoi colleghi, dovette abbandonare Francoforte in seguito alle politiche repressive naziste, fuggì prima a Parigi e successivamente a New York. Assieme a Horkheimer scrisse il libro Dialettica dell’Illuminismo.  

Il pensiero sociologico che elaborarono ruota attorno a tre punti:

– il concetto di razionalità strumentale, ovvero l’abuso degli ideali illuministi da parte del capitalismo, con lo scopo di aumentare il consenso e il controllo sull’uomo.

– l’industria culturale, cioè la sistematica opera di omologazione e appiattimento delle diversità degli uomini, al fine creare bisogni sempre più uguali con l’aiuto indispensabile dei massmedia.

– il mito della personalità autoritaria, a partire da alcune tesi di Horkheimer, che dà alla famiglia la responsabilità maggiore nella creazione di un consenso acritico al sistema.

Molti autori della Scuola di Francoforte focalizzarono la loro attenzione sul concetto di industria culturale per indicare la produzione omologante di modelli culturali, attraverso i media e l’industria, che favorirebbero una cultura e una società massificata, ovvero uniformata, senza stimoli, priva di creatività. Una cultura destinata a raggiungere il maggior numero di persone, e quindi per logica di cose omogeneizzante.   

Un’altra importante scuola di sociologia, quella di Chicago, partendo dall’analisi dei modelli culturali degli emigrati studiò i processi d’ibridazione culturale, arrivando a mettere in luce la loro relativa dinamicità e autonomia nell’ambito di quel fenomeno che va sotto il nome di meltingpot

Questa Scuola dellEcologia Sociale Urbana, nota come Scuola di Chicago, dalla sua sede, è stata la prima negli USA indirizzata allo studio delle scienze sociali.  . 

Essa riunì un ampio numero di studiosi che operarono soprattutto nei primi tre decenni del XX secolo. 

La nascita ufficiale della scuola risale al 1924, quando Robert Park si insediò nel Dipartimento di sociologia dell’università.

Essa affrontò uno studio sistematico della città dal punto di vista sociologico attraverso la ricerca sul campo dei caratteri della società urbana.

In particolare Robert Park, studiò la diversa incidenza di fenomeni come la devianza, la criminalità, il divorzio, il suicidio tra le aree urbane e quelle rurali, dimostrando che i rapporti sociali e culturali sono strettamente condizionati dall’ambiente di appartenenza.

Si può dire che dagli anni venti fino agli anni trenta, la sociologia urbana fu prevalentemente sinonimo del lavoro della scuola di Chicago.

 I sociologi dalla seconda metà del ventesimo secolo hanno poi sollevato più di una critica sul suo approccio gnoseologico che enfatizza la dimensione politica. 

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Per riprendere il discorso diciamo che, in linea generale gli sviluppi più recenti della sociologia della cultura, in relazione soprattutto alle trasformazioni sociali, si concentrano oggi su due concetti fondamentali: globalizzazione informatizzata e postmodernità.
In quest’ottica la cultura viene oggi concepita come una rete di significati continuamente riformulata dalle interazioni e dalle pratiche sociali in un confronto serrato con quel fenomeno definito della post-modernità. 

Com’è facile intuire ogni definizione di cultura riflette gli orientamenti e gli obiettivi di chi la propone, non è un caso che siano un centinaio almeno quelle più conosciute.   

A noi basta elencare alcuni punti salienti per una sua comprensione.    

La cultura, essendo acquisita e non trasmessa biologicamente, non può essere ricondotta ad una base biologica o psicologica, così come non può essere riportata ad una semplice dimensione sociale, questo perché non è tanto la socialità che contraddistingue l’uomo, ma il fatto culturale in sé o, se si preferisce, la sociabilità, che possiamo definire come l’attitudine a vivere in società.   

Con la sociabilità, soprattutto in etologia, si studia il modo in cui gli individui della stessa specie si organizzano in comunità, sviluppando un modello di socialità.
Per le scienzesociali la socializzazione può essere definita come l’insieme dei processi grazie ai quali gli individui sono integrati nella società in modo tale da condividerne le norme e i valori. 
In questa prospettiva l’
acculturazione non è altro che uno strumento specifico dei processi di socializzazione.

La socializzazione è un fenomeno complesso che possiamo riassumere dicendo che è un processo di apprendimento che permette agli individui di acquisire i modelli culturali della società nella quale vive. 
Di per sé, poi, la socializzazione definisce l’insieme dei meccanismi attraverso i quali l’individuo interiorizza le norme e i valori del suo gruppo di appartenenza e costruisce la sua identità sociale. 

Si può distinguere tra una socializzazione primaria ed una secondaria. 

– La prima è quella che si elabora all’interno della famiglia, della scuola o con i mezzi di comunicazione. 

– La seconda è quella che si sviluppa a partire dalle grandi tappe della vita, matrimonio, nascite, lutti, eccetera. 

La socializzazione è importante anche perché si intreccia sia con i processi d’interazione sociale, che con il fenomeno della riproduzione sociale

La riproduzione sociale è quel meccanismo sociologico di mantenimento della posizione sociale e dei modi di agire, di pensare e di sentire di una famiglia o di un gruppo chiuso. 
Un esempio può illustrare la definizione.   

I figli delle famiglie medio-basse hanno la tendenza a non intraprendere studi molto lunghi o costosi. 

Di contro, le famiglie delle classi dominanti cercano di mantenere il loro posto nello spazio sociale e, di conseguenza, sono portate a usufruire dell’istruzione migliore o elitaria al fine di riprodurre e aumentare il loro capitale culturale. 

Come si vede, la natura della riproduzione sociale) è il risultato della ineguale ripartizione del capitale economico, culturale e sociale tra le classi. 

Per concludere diciamo che l’analisi del concetto di cultura, da un punto di vista storiografico, è stato nel corso del Novecento, soprattutto tra gli anni ’30 e la fine della seconda guerra mondiale, uno dei dibattiti centrali delle scienze sociali.

A questo proposito, uno dei libri più interessanti di questo periodo è Patterns of Culture (1934) scritto da Ruth Benedict, un’antropologa americana, allieva di Franz Boas (1858-1942), un etnologo tedesco che lavorò anche negli Stati Uniti, e che, con Edward Burnett Tylor, è considerato uno dei fondatori della moderna antropologia culturale. 

In sintesi, a quali conclusioni si arrivò in questo periodo? 
– che il comportamento culturale è determinato socialmente.   
– che la natura umana non stabilisce in modo univoco le risposte che l’uomo da ai propri bisogni. 
– che la cultura è costituita non tanto da comportamenti individuali, quanto da comportamenti di gruppo, per cui è essenziale analizzare la struttura e il processo di formazione di questi comportamenti. 

È in questo contesto che Ruth Benedict nel 1929 definì la cultura come “la totalità che include tutti gli abiti o i comportamenti acquisiti dall’uomo in quanto membro della società.” 

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Apriamo una breve parentesi su alcune distinzioni che possiamo fare all’interno del termine cultura dal punto di vista delle sue configurazioni.        
La prima è quella che distingue tra cultura dominante, subcultura, controcultura

Se intendiamo per cultura dominante la cultura egemone in un dato momento in una data area, la subcultura è un aggregato tendenzialmente omogeneo di conoscenze, valori, credenze, stili di vita e modelli di vita capaci di contraddistinguere un gruppo sociale. 

Fattori come la classe sociale, l’età, la provenienza etnica, la religione, la lingua, il luogo di residenza e perfino l’orientamento ideologico e politico possono, infatti, combinarsi tra di loro e creare identità culturali in grado di differenziarsi significativamente dalla cultura dominante. 

Gli studiosi di questo fenomeno hanno notato che i membri di una subcultura tendono spesso a differenziarsi dal resto della società con uno stile di vita (che si manifesta nel modo di esprimersi, di vestire, mangiare, celebrare le festività, fare un attività sportiva, ecc…) alternativo a quello dominante. 

Per questo lo studio delle subculture si concentra soprattutto sullo studio dei simbolismi collegati a queste forme di espressione esteriore e sullo studio di come queste vengono percepite dai membri della società dominante. 

Di fatto, tanto più una collettività è differenziata tanto più facilmente sarà possibile rintracciare al suo interno delle subculture che producono propri valori. 
Tuttavia, più questi valori sviluppandosi si strutturano, più si fa problematico e complesso il fenomeno dell’integrazione sociale, in sostanza, lo sviluppo di una stabilità e di una convivenza pacifica. 

A questo proposito in Europa fino a qualche tempo fa si distinguevano principalmente due modelli d’integrazione sociale, quello francese, fondato sui principi laici dell’illuminismo, e quello inglese, basato sul rispetto formale delle differenze culturali.  

Negli Stati Uniti d’America, invece, dove da tempo si sono mescolate subculture provenienti dalle più svariate parti del mondo (come una conseguenza dei numerosi processi migratori che hanno interessato questa nazione), si definisce meltingpot il fenomeno della convivenza che si è venuta a formare.   

Una convivenza pragmatica, con caratteri suoi propri, al tempo stesso fragili e funzionali.      

Va notato che l’uso dell’espressione subcultura non implica necessariamente una situazione conflittuale con la cultura dominante, il più delle volte costituisce soltanto una variante o un elemento ereditato storicamente. 

L’espressione di controcultura è, invece, più recente, indica una radicalizzazione delle diversità, essa va intesa come un rifiuto etico e comportamentale dell’insieme dei valori e delle norme dominanti. 
Nella seconda metà del Novecento è stata soprattutto un fenomeno legato alla contestazione giovanile, oggi invece ha caratteri più ampi con compromissioni linguistiche, religiose, politiche e soprattutto economiche, aggravato dal fenomeno della globalizzazione e delle nuove migrazioni. 

Un altro modo di dividere le varie componenti della cultura è quello di distinguere tra cultura materiale e cultura non-materiale
La cultura materiale, in questo contesto, è la cultura delle cose, composta da oggetti, manufatti, prodotti diversi, merci, a cui si possono contrapporre i significati, i valori, i simboli, i linguaggi, e tutti quei prodotti umani non-materiali

Di fatto è una distinzione di comodo, perché sia le cose materiali che i valori immateriali hanno un senso solo se è noto il significato culturale che viene loro attribuito. 

Consideriamo, ora, un compito importante che svolge la cultura dal punto di vista delle scienze sociali, la funzione di mediazione

Questo perché le forme espressive che attraverso il linguaggio e le forme della comunicazione si configurano come rappresentazioni della realtà (siano esse rappresentazioni religiose, artistiche, scientifiche, filosofiche, giuridiche, o del comportamento) costituiscono altrettanti modi attraverso i quali l’individuo media il rapporto con se stesso, gli altri, il suo mondo e le cose. 

Per la sociologia la mediazione è il processo con il quale il pensiero generalizza i dati dei sensi e estrae dalla conoscenza sensoriale – che è una sorta di conoscenza immediata – una conoscenza astratta e intellettuale, che possiamo definire una conoscenza mediata. 
In questo senso la cultura svolge una funzione implicita fondamentale, perché la mediazione  s’impone agli uomini come il fondamento della prevedibilità sociale  

Vediamo, ora, il tema delle strutture sociali.   
L’importanza dell’analisi delle strutture sociali deriva dal fatto che non è possibile isolare una dimensione pura ed autonoma della soggettività come se fosse un’identità sociale e questo perché gli attori sociali (individuali e collettivi) rappresentano, allo stesso tempo il motore e il prodotto che in qualche modo rappresentano queste strutture. 

Il termine fu coniato e definito per la prima volta da Herbert Spencer, uno studioso di scienze sociali inglese, nel 1858. 

Spencer mise in luce il fatto che in una struttura sociale, le parti che la compongono s’identificano con le relazioni fra le persone e, di conseguenza, come l’insieme organizzato delle parti può essere inteso come una rappresentazione della società nel suo complesso. 

Spencer identificò poi nella durata una delle caratteristiche più importanti di una struttura sociale. 
Vale a dire, tutte le strutture sociali hanno una vita più o meno lunga e, in generale, la loro durata depone a favore della loro importanza.

Questo studioso si pose anche una domanda: Le strutture sociali si basano sul consenso o sulla coercizione

Da convinto funzionalista e liberista – la società era per lui paragonabile un organismo vivente nel quale tutte le parti contribuiscono a mantenerlo in vita – in questo senso le strutture sociali non dovrebbero produrre conflitti e non dovrebbero fondarsi sulla coercizione. 

Di diverso avviso, tra i suoi contemporanei, erano i movimenti politici d’ispirazione socialista o riformista, per i quali, invece, la modernità è l’esito di un perenne conflitto tra le classi. 

Oggi a questa domanda, se ne sovrappone un’altra: In che modo le strutture sociali sono in grado di favorire il mutamento sociale?

Una società che non muta, infatti, è una società che non cresce o cresce male e così facendo tende a ripiegarsi su se stessa o a implodere. 

Per rispondere va anche tenuto presente il fatto che la società è condizionata dall’ambiente naturale e dalle forme di sociabilità che riesce a sviluppare. 

Così come le sue strutture sociali sono determinate anche dalla storia sociale dei suoi attori, siano essi gli individui come i collettivi. 

Va poi rilevato che le strutture sociali dipendono in modo stretto dalla qualità dell’ambientenaturale nel quale si realizza lo sviluppo della società. 

È un tema che nel Novecento ha coinvolto molti autori, tra i quali Èmile Durkheim, Max Weber e Georg Simmel

In questo contesto l’ambiente naturale è il complesso delle possibilità nei confronti delle quali si sviluppa l’azione degli uomini, sia come individui che come gruppi agenti o comunità. 

Com’è risaputo non c’è nulla di pre-definito offerto dalla natura all’uomo. 

C’è solo la capacità dell’uomo all’adattamento naturale e le sue capacità di agire su di esso.   

Per comprendere questo punto va considerato che le strutture pubbliche e politiche – che contribuisco a disegnare le forme urbane, i loro servizi e a tracciare le vie di comunicazione –  influiscono in maniera rilevante nel condizionare lo spazio sociale della persona, la sua libertà di scelta e di movimento e il suo grado d’interazione sociale. 

Verso queste strutture e per le ragioni più diverse si sta diffondendo una nuova sensibilità che coinvolge in modo radicale i problemi dell’equilibrio tra l’uomo e il mondo. 
una s
ensibilità che ha messo in luce la grande responsabilità dell’azione umana sia nella conservazione che nella distruzione dell’ambiente. 

Da qui la constatazione – per concludere – che l’adattamento all’ambiente non può essere all’insegna del mero sfruttamento della natura, ma deve tener conto del fatto che gli interessi dell’uomo non possono infliggere all’ambiente dei danni irreparabili o superiori ai vantaggi

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Vediamo adesso qualcosa a proposito di un altro importante elemento che lega l’uomo alla natura:

il tempo

Il tempo rappresenta una delle dimensioni della realtà che abitiamo o, se si preferisce, dello spazio sociale. 
Di conseguenza, la temporalità, che definisce ciò che è iscritto nel tempo, deve essere considerata come un carattere essenziale delle relazioni sociali. 

Il tempo, da un punto di vista gnoseologico, rappresenta un’infrastruttura strategica dell’azione e dell’interazione sociale, è ciò rende visibile il carattere processuale e storico di ogni attività umana, con una particolarità, la drammatizza, perché il tempo è irreversibile.   

In sociologia, il primo ad occuparsi del tempo sociale è stato Durkheim nel 1912. 
Con questa espressione si sottolinea la dipendenza del tempo individuale da quello più ampio del gruppo o della comunità che funzionalmente lo comprende. 

Ma, qual è la funzione del tempo sociale
Attraverso la sua percezione gli uomini organizzano e ritmano la loro vita privata e collettiva, ma quello che più conta è che questa percezione ne assicura il suo coordinamento e la sua sincronizzazione

Nella ricerca sul tempo sociale una delle tecniche più utilizzate in sociologia è quella indicata con l’espressione di time-budget (bilancio del tempo)

Storicamente, questa tecnica fu inizialmente elaborata dalla sociologia sovietica per studiare le problematiche della vita quotidiana degli operai. 

Oggi, invece, è adoperata per descrivere i modi e gli stili di vita e per disegnare le cosiddette mappe dei comportamenti abituali

Attraverso il tempo o, meglio, attraverso l’esperienza del tempo, noi stabiliamo una continuità narrativa tra passato, presente e futuro. 

Come ha notato Alfred Schütz, un famoso filosofo e sociologo di lingua tedesca, il tempo è un fattore essenziale per la comprensione dell’agire umano. 

Esso rappresenta una risorsa sociale, la cui disponibilità è diversa da individuo ad individuo e tra comunità e comunità. 

Che cosa significa? 
Che il tempo degli operai non è quello degli imprenditori. 
Che il tempo di una comunità di monaci non è quello di un collegio universitario o di una squadra di calcio, ma non è tutto. 

Il tempo viene percepito anche come un bene, soprattutto economico.  Un bene diversamente valutabile e valutato.

Karl Marx lo definì come un qualcosa che, nella cultura occidentale, possiede un valore economico. 
In altri termini, il tempo è una variabile dei processi di produzione e, di conseguenza, esso costituisce un importante fattore nei processi di razionalizzazione della modernità. 

Ci sono poi altri temi sensibili intorno alla relazione ambiente, individuo, natura. 

 Uno di questi temi, che compare sempre più spesso nel capitolo dedicato alle condizioni dell’ambiente naturale, è la nozione di corpo.  

Oggi la sociologia del corpo è una disciplina indirizzata soprattutto alla costruzione di modelli esplicativi relativi al rapporto di reciproca determinazione (o restrizione) tra la società (ovvero i processisociali) e la corporeità (intesa come un’unitàpsicosomatica). 

Due autori che si sono occupati in modo specifico del corpo sono Georg Simmel e Marcel Mauss. 

Lo hanno fatto in una prospettiva culturalista creando i presupposti di una vera e propria sociologia del corpo o delle culture corporee successivamente sviluppata anche da una grande antropologa inglese Mary Douglas (1921-2007).  

Successivamente il corpo, come realtà fenomenologica, ha avuto un rilievo particolare nei lavori di Erving Goffman, Gregory Bateson e David Le Breton. 

L’approccio in questi autori è stato essenzialmente di tipo strutturalista o se si preferisce funzionalista. 

Viceversa, l’analisi della relazione tra il vissuto, la corporeità, i processi socio-culturali, che li riguardano, è centrale negli studi di due sociologi di origine austriaca, Thomas Lukmann (il cui libro più famoso è La realtà come costruzione sociale del 1966) e Alfred Schütz. 

Sempre sul tema del corpo e di ciò che rappresenta sia come elemento del mondo sensibile che espressione dell’individualità ricordiamo due filosofi francesi Jean-Paul Sartre e Maurice Merleau-Ponty oltre che lo psichiatra inglese Roland Laing. 

Infine, dal punto di vista della filosofia della scienza, di grande importanza sono le riflessioni di altri due grandi pensatori francesi, George Bataille e Michel Foucault a cui dobbiamo la nozione di biopolitica.

 In breve, per Foucault la biopolitica è il terreno sul quale agiscono le pratiche con le quali la rete dei poteri costituiti gestisce le discipline del corpo sia in senso individuale che collettivo.

In questo senso rappresenta un’area d’incontro tra il potere e la sfera della vita.

Per molti di questi autori il corpo è inteso soprattutto come una macchina comunicativa

Una macchina che si può costruire con l’attività fisica, si può modificare con una divisa, si può trasformare con un tatuaggio in medium di comunicazione. 

Il discorso sul corpo fa riferimento anche alle cosiddette pratiche centrate sulla “corporeità”, perché queste pratiche servono a delineare, da una parte, gli stili di vita e, dall’altra, hanno un grosso risvolto economico, come sono le attività legate all’industria della cosmesi, alla chirurgia plastica, alle diete, all’abbigliamento, eccetera. 

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Cambiamo argomento. 

Possiamo definire le istituzioni e le organizzazioni formali come dei sistemi relativamente stabili di relazioni, retti da norme specifiche, che assolvono o dovrebbero assolvere a funzioni e interessi della vita sociale come tale. 

In particolare le istituzioni materializzano o, meglio, danno visibilità ai principi giuridici fondamentali della forma di Stato, identificandosi con gli organismi politico-costituzionali che ne sono l’espressione.  

Costituiscono delle istituzioni formali i parlamenti, le forze armate, i ministeri, le fondazioni, i tribunali, eccetera. 

Le organizzazione formali, invece, hanno una natura più privatistica, come sono un’azienda, una squadra di calcio, un club, un’associazione di volontariato, un partito politico. 

Ciò che contraddistingue sia le istituzioni che le organizzazioni formali è il carattere della stabilità
Esse sono stabili nella misura in cui vengono “accettate” dagli usi, dal costume, dalle norme, dalle abitudini. 

Poi, a misura in cui sono stabili, tendono a caricarsi di valori immateriali, come sono, per esempio, il prestigio o l’affidabilità
Per le scienze sociali è importante il fatto che le istituzioni e le organizzazioni formali sono profondamente intrecciate al paradigma dell’interazione sociale
Per definirla conviene partire dall’esperienza che ognuno di noi ha della società e dalla constatazione che questa esperienza si materializza come l’insieme dei rapporti che intratteniamo nel nostro habitat sociale

Si tratta di un insieme di azioni e di reazioni  – da cui il termine interazione – mediante le quali gli individui entrano tra loro in contatto, comunicano, collaborano, giudicano.   

NOTA: Anche nel mondo animale esiste qualcosa di simile all’interazione, ma è preformata, molto rigida e rituale e, soprattutto intrecciata con le catene trofiche o alimentari che rappresentano l’insieme dei rapporto tra gli organismi di un ecosistema.    

Dunque, l’interazione sociale va intesa come quella sequenza dinamica e mutevole di atti sociali fra individui o gruppi di individui che modificano le proprie azioni e reazioni in relazione alle azioni degli individui e dei gruppi con cui interagiscono.  In questo senso può essere intesa come il luogo primario in cui si forma, si ratifica, si trasforma il legame sociale. 

Da qui si comprende anche come l’interazione sociale determini l’ordine sociale.   
Ordine che non si manterrebbe in equilibrio senza una costante e spesso lunga e silenziosa

ri-negoziazione dei suoi valori, delle sue norme, dei suoi saperi o delle sue credenze

Va aggiunto che l’interazione sociale rappresenta il nodo intorno al quale si sviluppano e si strutturano gli studi sul comportamento collettivo e individuale. 
Molti di questi studi confluiscono oggi nelle microsociologie, come vengono chiamate quelle sociologie che hanno come argomento principale i cosiddetti rapporti face to face, cioè, i rapporti intersoggettivi. 

Più precisamente le microsociologie studiano soprattutto i legami sociali elementari. 

Il primo a comprendere l’importanza di questi legami fu Georg Simmel, che studiò sul campo alcuni micro-fenomeni sociali come sono i segreti, l’amicizia, l’ubbidienza, la lealtà, la fiducia. 

Oggi le microsociologie hanno come area disciplinare i comportamenti, i ruoli, le interazioni sociali, i conflitti, le identità e il modo di formarsi dei processi decisionali individuali o dei piccoli gruppi.   

Un altro autore che fu sensibile a questi temi fu Alfred Schütz (1899-1959) che dedicò le sue ricerche all’indagine sul modo di formarsi e di sciogliersi delle relazioni tra gli individui  nell’ambito della vita quotidiana. 

Schütz era austriaco, ma dovette emigrare in America a seguito delle leggi razziali tedesche dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich e lì, continuò i suoi studi.  

L’opera a cui si fa riferimento uscì nel 1932, s’intitola La fenomenologia del mondo sociale, è uno studio nel quale, partendo dalle ricerche di Max Weber, sviluppa le problematiche dell’agire sociale. 

Egli definì la vita quotidiana, come l’insieme di azioni, di rapporti, di conoscenze e di credenze familiari all’interno dei quali, per così dire, scorre l’esperienza e si struttura l’esistenza materiale degli individui.   

Si tratta di quel insieme di relazioni che, il più delle volte passano per scontate, come salutare un conoscente, prendere un appuntamento, uscire in compagnia di amici, telefonare per informarsi sulla salute di un congiunto, avvertire casa per un contrattempo, mettersi d’accordo per andare ad un concerto, eccetera.     

Come Alfred Schütz ebbe modo di dimostrare questi rapporti costituiscono il cemento dell’esperienza sociale di cui cogliamo l’importanza solo quando entrano in crisi o attraversiamo uno stato di eccezione – come furono per lui le leggi sulla razza.     

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Vediamo, in questa prospettiva, alcuni caratteri della vita quotidiana.   

Il primo di essi è la routine.   
Costituisce il carattere più evidente di essa, per molti versi, anche il più sorprendente quando lo andiamo a focalizzare. 
E’ un carattere che esprime la ripetitività e la prevedibilità delle azioni, dei comportamenti e dei pensieri

La prevedibilità, in particolare, agisce sul comportamento abbassando il livello d’interesse dell’osservatore e/o dell’attore sociale e, così agendo, favorisce soprattutto un risparmio di energie.
Ma non è così semplice.    

La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti possono finire per stimolare risposte automatiche o stereotipate, che abbassano il nostro grado di attenzione verso ciò che ci circonda.   

Perché sono così importanti per la sociologia? 
Perché quando ripetitività e prevedibilità finiscono per invadere massicciamente il tempo della vita quotidiana, siamo in presenza di vissuti che tendono inesorabilmente a deteriorarsi

O, come dicono i filosofi sociali, siamo davanti ad una alterazione del quiora che induce ad una sorta di smarrimento sociale e, spesso, nei casi più gravi, a forme di angoscia e di disagio psichico.  

Questi processi interattivi generano anche un altro fenomeno, le tipizzazioni.   

La tipizzazione agisce come uno strumento di previsione del comportamento, è come dire, capovolgendo un proverbio popolare, che l’abito, a dispetto del nostro senso critico, fa il monaco. 

La tipizzazione può essere involontaria, ma il più delle volte è il risultato di una scelta consapevole tra i vari modelli di comportamento che l’esperienza sociale ci fornisce. 

Perché è consapevole? 
Perché ciascuno di noi sa bene che ad ogni passo della nostra giornata, come della nostra vita sociale, siamo costantemente osservati, e in qualche modo interpretati e giudicati
Perché ciascuno di noi sa che gli altri reagiscono nei nostri confronti secondo il loro modo di essere, un modo di essere che esprime e interpreta le situazioni sociali.    
 

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Un altro aspetto importante dell’interazione e ciò che la lega alla rappresentazione sociale 

perché gli individui non solo sono coscienti delle azioni e delle reazioni che questi processi comportano, ma, in genere, sono consapevoli anche dei loro effetti.       

Secondo Erving Goffman (1922-1982) a ragione della consapevolezza che gli individui hanno di influenzare con le proprie azioni l’opinione che gli altri danno della situazione alla quale stanno partecipando, questi stessi individui finiscono per comportarsi come se recitassero una parte, come se fossero attori su un palcoscenico.  
In breve è come se vivessero dentro una rappresentazione teatrale o uno spettacolo.

Goffman è un sociologo di origine canadese vissuto negli Usa, ha studiato a Chicago. 

Ricordiamo questo perché a Chicago ha operato una delle scuole di sociologia urbana più prestigiose degli Stati Uniti.  

Uno degli scritti più importanti di questo studioso, uscito nel 1956, s’intitola, La vita quotidiana come rappresentazione.   
Con quest’opera, Goffman, introduce nella sociologia il concetto di prospettiva drammaturgica

Più in generale il suo campo di ricerche sono stati gli aspetti trascurati della vita quotidiana, quelli che appaiono banali, ma che in realtà possiedono, in sé, una forte carica recitativa. 

Aspetti che, nelle società complesse, come quella Occidentale, sono divenuti oscuri ed equivoci e che, sempre di più, vengono usati per offrire agli altri un’immagine in qualche modo valorizzata di noi stessi.  

I sociologi americani definiscono queste situazioni , face to face, perché iflettono le piccole situazioni della vita di tutti i giorni. 

Per analizzarle Goffman immaginò la vita quotidiana come se fosse un gioco di rappresentazioni.   
Un gioco nel quale l’identità dell’individuo – che nella lingua inglese è definita con l’espressione

di selfcoincide di volta in volta con le maschere che costui indossa sul palcoscenico della vita corrente. 

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Una parentesi.  Esaminiamo l’espressione di self con la quale nella lingua inglese si identifica l’identità dell’individuo nelle relazioni face to face

 È un concetto molto usato anche in psicologia e in psicanalisi, da cui è stato mediato. 

Didier Anzieu (1923-1999) un protagonista della psicoanalisi francese, scrisse, qualche tempo fa, un libro divenuto un classico sui confini del self, intitolato, Lemoipeau, (L’io-pelle)1985. 

Perché è importante la nozione di self

Perché gioca un ruolo decisivo nel rapporto che noi abbiamo con il nostro corpo e il corpo degli altri, ma non solo, perché il self caratterizza anche il modo con cui noi percepiamo la sostanza corporale con la quale siamo fatti e che non si limita a un po’ d’acqua, lipidi, aminoacidi, eccetera. 

L’esperienza della vita quotidiana ci dice che la percezione della nostra sostanza corporale cambia di significato davanti ai nostri occhi quando supera i limiti del self

Da questo punto di vista il self si è rivelato un concetto importante per studiare il gusto, il disgusto e il modo di percepire la prossimità con gli altri. 

Facciamo qualche esempio.

Non abbiamo disgusto della saliva che si trova nella nostra bocca, ma se la raccogliamo in un bicchiere sterile molto difficilmente riusciremo a rimetterla in bocca e inghiottirla. 

Questo perché quando le nostre secrezioni superano (varcano) il limite del nostro iopelle ci diventano estranee, e simmetricamente, quelle degli altri (che ci penetrano) ci provocano disgusto più si avvicinano.   

É come se le vivessimo in modo intrusivo, è come se dovessimo difenderci da esse. 

La stessa cosa si può dire per il sangue, a noi non da fastidio succhiare il sangue che esce da un dito che ci siamo feriti affettando del pane, ma se questo sangue lo raccogliamo con una garza, difficilmente avremmo il coraggio di succhiarla. 

Di contro, il self diventa tollerante con le relazioni di vicinanza derivate da un’attrazione emotiva

Non a caso nelle relazioni intime il self diventa spesso un acceleratore dell’intimità, come avviene con la saliva del bambino che non è ripugnante agli occhi della madre, così come non lo sono le secrezioni dei nostri partner sessuali, ma che tornano ad esserlo se l’intimità viene spezzata da una separazione o da un contrasto. 

Con il self si possono spiegare anche molti dei meccanismi del feticismo, che trasformano la distanza e la familiarità degli oggetti che appartengono al soggetto amato. L’intimità come la tenerezza contaminano positivamente gli oggetti avvicinandoli a noi, facendoli diventare familiari, esattamente come il disgusto li allontana. 

L’identità soggettiva s’intreccia con un altro grande tema a cui abbiamo accennato, quello della contaminazione, in questo caso serve a completare il paradigma della prossemica, intesa come quel capitolo della semiologia che studia il significato del comportamento umano (gesti, posizioni, distanze posture) dal punto di vista dei processi comunicativi. 

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La vita di tutti i giorni è dunque analizzata da Goffmann come un palcoscenico sulla quale si recita. 

Un palcoscenico con i suoi attori, il suo pubblico, le sue quinte, dietro le quali spesso gli attori affermano il contrario di quello che hanno detto davanti ai riflettori. 

Su questo palcoscenico gli attori si mettono in gioco, si fanno conoscere,  si alleano, si scontrano s’ingannano, dimostrano la loro capacità d’impersonare un ruolo, s’immergono o prendono le distanze dalle situazioni che li coinvolgono 

Occorre persi una domanda: Gli individui sono coscienti di recitare una parte sociale? 

Per Goffman lo sono sempre, anche se non sempre ne sono totalmente consapevoli.  

In certe occasioni questa recitazione è assolutamente partecipata, in altre è come una parte recitata mille volte, che diventa quasi automatica, in altre ancora è recitata di malavoglia.  

C’è poi da considerare come l’Altro da noi o gli altri giudicano chi sta recitando. 

Questo perché, in base a come (chi sta osservando) valuta la spontaneità, o se vogliamo, l’abilità, o la qualità della recitazione dell’altro o degli altri suoi interlocutori, ne trae delle conclusioni che, a sua volta, influenzeranno il suo modo di comportarsi. 
Come in una partita a ping-pong, ogni tiro a sua volta provoca una reazione di tiro, che a sua volta provoca una reazione…e così via.  O, più semplicemente pensate alle strategie di corteggiamento fatte di mosse e contro mosse.   

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Passiamo ad un altro argomento cardine del discorso sociologico: i gruppi.  

Un tempo sottovalutati da qualche decennio a questa parte i gruppi sono studiati da una specifica disciplina chiamata analisi gruppale

Il riconoscimento dell’importanza dei gruppi lo dobbiamo soprattutto ad uno psicanalista inglese, Wilfred Ruprecht Bion (1897-1979), che a sua volta lo riprese dagli studi di Maxwell Jones (1907-1990) sulle piccole comunità terapeutiche.    

Da subito va detto che non solo un gruppo non si riduce alla somma delle coscienze e delle volontà individuali che lo compongono, ma è più facile il contrario, che il gruppo trasformi l’individuo che ne fa parte. 

In sociologia si definisce un gruppo sociale come un insieme di persone che entrano in qualche modo in rapporto reciproco, sulla base di valori o interessi comuni

O, in una forma più articolata:

Un gruppo è un insieme d’individui che interagiscono fra loro influenzandosi reciprocamente, condividendo,  più o meno consapevolmente, interessi, scopi, caratteristiche e norme comportamentali. 

Che cosa distingue un gruppo da una folla o da una comunità di persone? 
Il fatto che nella folla, nella comunità o, più in generale, in un’aggregazione di persone, come è, per esempio, un grande ufficio, una scuola, un quartiere, non esiste un’interazione diretta tra tutti gli individui, o, più semplicemente, questi individui non costituiscono un insieme organizzato

Vediamo le tre caratteristiche che distinguono un gruppo. 

– I membri del gruppo interagiscono tra di loro in modo strutturato secondo le norme o i ruoli che il gruppo si è dato. 
– I membri del gruppo hanno la coscienza di essere un gruppo o, meglio, maturano un sentimento di appartenenza al gruppo che, tra l’altro, funziona da barriera nei confronti degli estranei
– Il gruppo è percepito come un gruppo da parte di chi non ne fa parte.  Vale a dire il gruppo ha un’identità esplicita e percepibile dall’esterno. 

Quanto ai gruppi in sé possiamo distinguerli in molti modi. 
La classificazione più importante è quella tra gruppi primari e gruppi secondari
I gruppi primari sono anche detti piccoli gruppi
Il loro carattere principale è la forte integrazione, tipica, per fare un esempio, delle famiglie o delle bande. 
Per definizione i gruppi primari sono costituiti da pochi individui. 
I gruppi secondari o grandi gruppi sono gruppi composti da un numero elevato di membri. 
Sono gruppi nei quali le relazioni interpersonali appaiono neutre e, spesso, il rapporto tra il singolo e gli altri membri è di natura strumentale, cioè, funzionale ad uno scopo. 

L’esperienza sul campo ha dimostrato che appena il numero dei membri di un gruppo supera i sette/otto elementi c’è una tendenza, che si può definire spontanea, alla formazione di sottogruppi, dove le affinità sono più forti. 

Quando, poi, il numero dei membri di un gruppo secondario supera la dozzina è molto probabile che all’interno del gruppo si formi un portavoce o che un membro lo coordini. 
A questo proposito si è constatato che in qualsiasi gruppo, prima o poi, emerge la figura di un leader
La velocità con cui questa figura si forma è proporzionale alla grandezza del gruppo. 
Più il gruppo e grande e prima si costituisce una leadership.  

Nella leadership si possono distinguono tre stili:
Quello autoritario, quello democratico e quello improntato al laissez-faire

Nel primo caso la struttura è molto gerarchica e si caratterizza per la direzione degli ordini che influenza il comportamento del gruppo, sempre dall’alto verso il basso. 
Questi ordini, in genere, non sono mai messi in discussione, cioè, si subiscono.    

La struttura dei gruppi che possiamo definire democratici è caratterizzata dal consenso della maggioranza, vale a dire da un’accettazione consensuale dei programmi del gruppo. 

La leadership dei gruppi improntata al laissezfaire si caratterizza dalla mancanza di una vera dirigenza.  In questi gruppi la leadership si limita a far emergere e a gestire le iniziative dei sottogruppi. 

A proposito di gruppi.  Nelle forme di democrazia rappresentativa, come dovrebbero essere le democrazie moderne, una forma di gruppo di una certa importanza è il gruppo di pressione.   

Questi gruppi sono anche detti gruppi d’interesse. 

In genere sono strutturati nella forma del collettivo che si mobilita per difendere specifici tornaconti, anche ideali, come sono per esempio i programmi dei gruppi ambientalisti.     

Quando i gruppi di pressione sono organizzati e la loro azione è diretta in modo specifico ad agire sui centri di potere, con lo scopo di influenzare pubblicamente determinate scelte politiche, economiche o etiche, si definiscono lobby

Questi gruppi di pressione organizzati sono tipici dei paesi di lingua inglese, in cui la corruzione (sotterranea) è severamente sanzionata e le lobby sono, in qualche modo, istituzioni formali accettate, se non altro come un male minore che si vede e che si può contenere. 

Il tema dei gruppi nelle scienze sociali è legato a un altro grande tema, quello delle gerarchie sociali.

A parte i motivi economici per le quali si formano è un tema specifico dell’antropologia culturale e delle teorie politiche.   
Tuttavia alla sociologia compete lo studio della posizione sociale di un individuo o di un gruppo all’interno di un sistema di relazioni che formano la struttura sociale di una società.

Nella cultura occidentale va anche costatato, a partire dalla seconda metà dell’800, una costante trasformazione dei ceti in classi
Questa metamorfosi costituisce uno degli effetti della rivoluzione industriale e delle forme di democrazia che in essa si sono sviluppate. 
La rivoluzione industriale, di fatto, contribuì a ridurre ogni differenza sociale ai soli fattori economici e all’effettivo controllo della ricchezza.  

I suoi esiti sono ben visibili all’interno delle due classi generali che si affermarono come le due sole classi protagoniste della storia della modernità, la borghesia e il proletariato

Tuttavia va notato come, da alcuni decenni a questa parte, nei paesi dell’area temperata del pianeta, le classi si stanno disfacendo nella loro forma storica per ridisegnarsi su altri valori, come sono quelli della conoscenza e dell’accesso all’informazione e all’educazione. 

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Il digitaldivide o divario digitale è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso in modo parziale o totale. I motivi dell’esclusione 

comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a gruppi etnici diversi, provenienza geografica. 

Oltre a indicare il divario nell’accesso reale alle tecnologie, la definizione include anche disparità nell’acquisizione di risorse o capacità necessarie a partecipare alla società dell’informazione. 

Il termine digitaldivide può essere utilizzato sia per riferirsi ad un divario esistente tra diverse persone, o gruppi sociali in una stessa area, che al divario esistente tra diverse regioni di uno stesso stato, o tra stati (o regioni del mondo) a livello globale.

Il termine è apparso per la prima volta all’inizio degli anni Novanta negli USA in alcuni studi che indicavano come il possesso d uni personal computer aumentasse in modo significativamente differente tra i gruppi etnici. 

Il concetto di divario digitale è poi entrato nell’uso comune quando il presidente americano Bill Clinton e il suo vice Al Gore lo introdussero nel gergo politico durante un discorso tenuto nel 1996 a Knoxville, in Tennessee.

°°°

Lo scenario che abbiamo descritto inevitabilmente darà vita ad altre forme di conflitto tra le quali, di una certa importanza, saranno:

– quelle di natura generazionale che coinvolgeranno i cosiddetti nativi digitali.

– quelle tra i localismi. 

– quelle legate all’equa re-distribuzione delle risorse naturali, come da tempo è il caso del petrolio e di recente dell’acqua o del controllo climatico.   

A questo va ricordato che i paesi della fascia temperata del pianeta terra costituiscono un terzo della popolazione mondiale e consumano più di due terzi dell’energia totale prodotta. 

In un rapporto ufficiale, del 2006, delle Nazioni Unite sulla distribuzione del benessere economico si afferma che l’uno per cento della popolazione mondiale detiene il quaranta per cento del patrimonio finanziario e immobiliare mondiale, mentre il cinquanta per cento della popolazione mondiale accede solo all’uno per cento della ricchezza planetaria.   

È indubbio che, in questo scenario, uno degli obiettivi delle scienze sociali dovrebbe essere quello di contribuire a rielaborare degli stili di vita che consentano di riequilibrare questo stato di cose prima che sia troppo tardi. 

FINE PRIMA PARTE

Pubblicato in IED - Anno Accademico 2020-2021, Novità | Commenti disabilitati su Introduzione al Corso di Sociologia della Comunicazione 2020-2021 (Prima parte)

LA COMUNICAZIONE NELLA SOCIETA’ MULTIETNICA – 9a lezione

Sull’obbedienza.

Le persone, quando sono costrette a confrontarsi con conoscenze percepite come disturbanti, cercano di difendersi arrivando ad adottare vere e proprie strategie di “immunizzazione cognitiva”. 
Z. Bauman

Prima di affrontare questo tema con i suoi molti e contradditori aspetti vediamo alcune considerazioni di Robert Trivers (un sociobiologo americano, professore di antropologia e scienze biologiche presso la Rutgers University, famoso tra le altre cose per i suoi studi sull’altruismo).    Sono tratte dal suo libro La follia degli stolti, pubblicato nel 2011.        

Perché tendiamo a banalizzare o a distruggere la verità?

Perché modifichiamo le informazioni che abbiamo acquisito in modo tale che alla coscienza arrivi il falso?

Perchè pratichiamo l’auto-inganno? 

Per Trivers, siamo tutti bugiardi, e non mentiamo solo agli altri, ma anche a noi stessi, approfittando di ogni occasione.   

Succede in continuazione: durante una relazione sentimentale, al tavolo di una trattativa di affari, nella vita corrente, a scuola, al bar con gli amici. 

In ogni momento inganno e auto-inganno possono allontanarci così tanto dalla realtà da indurci verso situazioni catastrofiche, come avviene e di frequente nell’ambito dell’attività politica o militare.    

Ma se questo è vero perché l’inganno ha un ruolo così importante nella nostra vita quotidiana?  

Molti antropologi sostengono che la menzogna è la forma più efficace di comunicazione umana e che l’auto-inganno si sviluppa in funzione dell’inganno.   

Vale a dire, impariamo a ingannare noi stessi al solo scopo di essere capaci di ingannare meglio gli altri.

Di fatto falsità, menzogne, bugie sono presenti a ogni livello della vita sociale. 

Di fatto ingannano, più o meno, tutte le forme viventi, dai batteri, alle piante, dagli insetti a un gran numero di specie animali.

Ingannano i virus  – cheimitano il comportamento dell’organismo che li ospita. 

Inganna l’uomo che nel ricordo distorce e altera (il più delle volte intenzionalmente) i dettagli di ciò che ai suoi occhi è spiacevole o doloroso. 

L’etologia e le scienze sociali hanno dimostrato che l’ingannatore riesce spesso a prevalere sugli altri, ma questo non può essere considerata un’attenuante.   

Tra l’altro il nostro sistema sensoriale si è evoluto nel corso dell’evoluzione fino a trasmetterci una visione precisa e particolareggiata della realtà, ma spesso queste informazioni sono soggettivamente percepite in modo da risultare ambigue.   

In pratica, siamo diventati tanto abili da riuscire a negare la verità a noi stessi. 

Per esempio:

– Proiettiamo sugli altri caratteristiche che in realtà ci appartengono e poi le biasimiamo.    

– Reprimiamo i ricordi dolorosi, creando ricordi completamente falsi. 

– Giustifichiamo, se ci fanno comodo, comportamenti immorali. 

– Manovriamo abitualmente per riuscire ad avere un’opinione lusinghiera di noi stessi, così come siamo in grado di mettere in atto tutta una serie di meccanismi di difesa dell’ego.  

Molti di questi atteggiamenti, come dice la psicologia, possono avere degli effetti negativi sul nostro equilibrio psicofisico.    

Perché allora svalutiamo o fuggire la verità?

Perché modifichiamo le informazioni acquisite in modo che alla coscienza arrivi il falso?  

E poi, perché l’evoluzione avrebbe dovuto favorire i nostri organi di percezione per poi farci distorcere sistematicamente le informazioni raccolte?  

Qual è il vantaggio evolutivo dell’auto-inganno? 

****

Lasciamo ad ognuno noi stessi il compito di riflettere su queste osservazioni di Rovert Trivers e spostiamo l’attenzione sul tema dell’obbedienza.   

Si definisce influenza sociale la pressione che si esercita – in forme più o meno lecite e evidenti – sulla società per alterarne la percezione, le opinioni, gli atteggiamenti o i comportamenti. 

L’influenza sociale, va da se, può esercitarsi sia sui gruppi che su dei soggetti isolati. 

Questa pressione, in generale, ha l’obiettivo di indurre gli individui a obbedire, a non trasgredire o a restare passivi.  Diciamo che è una forma di domesticazione sociale.

Va aggiunto che grazie alla natura sociale dell’uomo, la pressione che si esercita sui membri di un gruppo risulta quasi sempre più efficace ed economica di quella che si esercita sul singolo individuo. 

L’influenza sociale utilizza strategiee strumenti diversi a seconda che sia esercitata da una maggioranza o da una minoranza

Nel primo caso (quando è agita da una maggioranza) l’obiettivo dell’influenza è di indurre al conformismo e ha quasi sempre una forma soft,caratterizzata dalla compiacenza. 

Nel secondo caso ha spesso come obiettivo il cambiamento e di, conseguenza, determina o accentua gli antagonismi. 

Dal punto di vista del soggetto possiamo elencare otto atteggiamenti per i quali questo soggetto può cedere o resistere all’influenza esercitata: 

Può cedere per accondiscendenza, nascondendo le proprie convinzioni per evitare un conflitto. 

Può cedere per accettazione, vale a dire, mutando il proprio punto di vista. 

Può cedere per identificazione, quando il soggetto è affascinato da chi ha provato a influenzarlo. 

Può cedere per interiorizzazione, quando il soggetto si appropria dei contenuti dell’influenza a cui è stato sottoposto.  In questo caso il condizionamento è più duraturo e radicato.    

Di contro: 

– Il soggetto può contrastare le opinioni che riceve anche se non lo convincono.    

– Può mostrarsi insensibile, cioè tirare dritto per la sua strada in modo indipendente. 

– Può reagire emotivamente, è il caso in cui il soggetto, pur non condividendo i contenuti dell’influenza, si sente emotivamente attratto da essi.   

– Infine, i soggetti coerenti e motivati possono tentare di influenzare a loro volta chi vuole influenzarli.

Ma chi è che cosa influenza chi. 

-Per cominciare, l’altro da noi, un amico, un conoscente, un vicino di casa, una persona verso la quale ci lega dell’affetto o un’ autorità com’è quella genitoriale. 

– Il gruppo a cui siamo legati, qualunque sia la sua natura. 

– Le situazioni che viviamo.  Considerato che noi pensiamo e agiamo in relazione con l’ambiente e le circostanze.           

– In particolare ci influenzano le forme dell’autorità riconosciuta, che possono esercitare una pressione informativa in cui il soggetto finisce per riconoscersi e sentirsi legittimato. 

Ecco perchè l’influenza sociale, come osservò a suo tempo Tocqueville, ha spesso il volto della dittatura della maggioranza. 

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 Alexis Henri Charles de Tocqueville (1805-1859) è statoun filosofo, un politico, un giurista e un magistrato di Francia, laico e liberale, studioso dei sistemi democratici. 

Ricordiamo che da qualche anno la rilettura dei suoi scritti lo ha rivalutato anche come uno dei fondatori del pensiero sociologico.  ______________________________________________________________________________

Secondo Tocqueville la dittatura o il dominio della maggioranza è il principale limite della  forma democratica, il suo lato oscuro.   

Come osservò nei suoi scritti là dove c’è una sistema democratico la maggioranza finisce per decidere per tutti, ignorando o sottovalutando il punto di vista espresso dalla minoranza

Un punto di vista che, non può essere escluso in partenza perché potrebbe essere più autorevole o altrettanto importante di quello della maggioranza. 

Tra l’altro, questo, è il tipico argomento che rende scettico verso la democrazia il pensiero liberale. 

Tuttavia, lo stesso Tocqueville – che studio sul campo il sistema democratico americano – osservò come nelle democrazie mature i diversi punti di vista espressi dalle forme associate (come sono i partiti, i movimenti o i raggruppamenti) possono fungere, anche con l’aiuto dei mezzi di comunicazione, da anticorpi e da contrappesi.   

In ogni modo, il comportamento gregario e il consenso apparente sono due dei risultati più diffusi dell’obbedienza sociale acritica. 

A questo proposito in psicologia sociale si definisce “effetto gregge” quel comportamento per il quale un gruppo di individui assume lo stesso atteggiamento senza che ci sia tra di loro alcun coordinamento. 

Il riferimento al gregge dipende dal fatto che molte specie animali tendono ad assumere comportamenti identici, soprattutto per difendersi dalla predazione

Va sottolineato che il comportamento gregario – soprattutto grazie all’azione dei media – ha un grosso peso sulla formazione delle mode e dei risultati elettorali, così come in molti casi di violenza collettiva, di demonizzazione del diverso, di persecuzione delle minoranze. 

L’espressione comportamento gregario è spesso usato, oggi, per definire i comportamenti che si tengono nel corso delle manifestazioni politiche o sportive, soprattutto quanto i gruppi che vi partecipano sono coordinati tra di loro. 

L’idea che possa esistere una mente di gruppo o che la folla sviluppi un proprio comportamento venne elaborata soprattutto da alcuni psicologi sociali francesi negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

In particolare da Gabriel Tarde e Gustave Le Bon, e ampiamente adottata (questa idea) dai politici di estrema destra e dagli apparati di governo e di polizie repressive.

A parte ciò vengono spesso accusati di assumere un comportamento gregario i seguaci di molti culti religiosi, soprattutto quelli di natura esoterica con una leadership carismatica.   

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Vediamo adesso un altro fenomeno legato al tema dell’obbedienza e del consenso, precisamente l’effetto del falso consenso.

In che cosa consiste? 

Nella tendenza a proiettare sugl’altri il proprio modo di pensare. 

Tutti noi abbiamo spesso incontrato delle persone convinte che gl’altri la pensano o devono pensarla come loro. 

Questa presunzione, in genere, è statisticamente infondata e può indurre in errore, vale a dire a pensare di possedere un consenso che non esiste. 

In altri termini possiamo definirla un errore ideologico. 

Questa falsa percezione del consenso induce finisce spesso – soprattutto i movimenti politici estremisti o radicali – a sovrastimare la reale adesione alle loro idee e la credibilità dei loro valori.  Da qui molti degli errori che si commettono nelle previsioni elettorali. 

Il falso consenso ha poi un risvolto importante nel fenomeno dell’ignoranza pluralistica

È il caso di un individuo che disapprova in privato una convinzione o un’abitudine e che invece si trova – per le ragioni più diverse – a doverla appoggiare in pubblico. 

L’esempio di scuola, quello dello studente e delle bevande alcoliche. 

L’ignoranza pluralistica, com’è dimostrato dai test effettuati nelle università americane,  può indurre uno studente a bere in modo eccessivo perché crede che tutti gl’altri studenti lo facciano, mentre in realtà molti di questi studenti vorrebbero evitare di ubriacarsi, ma nessuno comincia a farlo per il timore di essere emarginato o preso in giro.     

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Vediamo in breve la teoria dell’identità sociale.

Questa teoria (in inglese Social Identity Theory o, in forma abbreviata,  SIT) rappresenta uno dei principali modelli, della psicologia sociale contemporanea, per la comprensione delle dinamiche funzionali che regolano le relazioni tra i gruppi. 

La SIT è stata sviluppata in Inghilterra da Henri Tajfel e John C. Turner a partire dagli anni ’60 del secolo scorso e si è in seguito strutturata nell’ambito della psicologia cognitiva applicata ai gruppi, sia in ambito europeo che nordamericano. 

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Henri Tajfel (vero nome, Hersz Mordche) (1919-1982) è stato un importante psicologo inglese di origine polacca. 

John Charles Turner (1947-2011) è stato uno psicologo sociale inglese. 

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Le prime ipotesi teoriche della Social Identity Theory partono dal lavoro di Tajfel sul cosiddetto paradigma dei gruppi minimali, ovvero, sulle modalità di costituzione dei processi di discriminazione e di auto segregazione nei gruppi. 

Tajfel, su questo tema, elaborò un esperimento, suddivise in due gruppi i soggetti da sottoporre ad esso, li suddivise in base a delle differenze minime e superficiali

Per esempio, una di queste differenze era la predilezione estetica per i dipinti di Klee rispetto a quelli di Kandinskij. 

Dopo un certo tempo osservò, come e del tutto spontaneamente, i soggetti assegnati ai due gruppi iniziassero in pochissimo tempo a auto-percepirsi come un gruppo diverso, migliore se confrontato con l’altro

Il risultato fu che ben presto i membri del primo gruppo venivano genericamente preferiti ai membri del secondo gruppo e viceversa. 

La tendenza a creare delle distinzioni del tipo “noi/loro” nel contesto delle relazioni tra gruppi diversi – anche se fondata su delle motivazioni del tutto superficiali – emerse da questo esperimento come un processo psicologico istintivo (pulsionale), immediato e generalizzato.

Con questo esperimento si è verificato il fatto che il gruppo umano è uno dei luoghi di origine dell’identità sociale

Possiamo aggiungere che è ritenuta spontanea nell’uomo la tendenza a costituire gruppi, a sentirsene parte e a distinguere il proprio gruppo di appartenenza da quelli di non-appartenenza, mettendo in luce dei meccanismi di bias cognitivo.

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Vediamo questa espressione in dettaglio.  

Il bias (pron. ‘baiəs) è un’espressione inglese, che alla lettera significa inclinazione.

Nel linguaggio comune lo si può definire un pregiudizio.

In psicologia cognitiva il bias identifica un giudizio o un pregiudizio non necessariamente corrispondente all’evidenza.  

Un pregiudizio che viene sviluppato sulla base delle informazioni che si possiedono, anche se non connesse tra loro in modo razionale e conseguente, che induce ad un errore di valutazione o ad una mancanza di oggettività nell’esprimere un giudizio. 

Un pregiudizio che quasi sempre si traduce in un atteggiamento di favoritismo per il proprio gruppo. 

In psicologia si dice che la mappa mentale d’una persona presenta dei bias quando è condizionata da concetti precedenti, non necessariamente connessi tra loro da legami logici o cognitivi. 

Il bias, poi, proprio perché contribuisce alla formazione del giudizio, in genere deforma in modo significativo un’ideologia, un’opinione o un comportamento. 

Considerato il modo con cui si formano i processi cognitivi, i bias non sono facilmente eliminabili, ma possono essere valutati a posteriori (per esempio con l’analisi statistica) o correggendo la percezione per portarne alla luce gli effetti distorsivi. 

Sinteticamente si può dire che questo processo è influenzato soprattutto dai seguenti fattori:

– Dall’esperienza individuale.

– Dal contesto culturale e dalle credenze. 

– Dal giudizio altrui.

– Dalla paura di una scelta che comporti un danno. 

Va aggiunto che, se da una parte questi fattori consentono di prendere una decisione in tempi piuttosto brevi, dall’altra, ne possono minare la validità.

Questo perchè in linea generale ogni persona cerca di valutare la situazione che sta vivendo in funzione delle esperienze passate, spesso sottovalutando le differenze, al fine di riutilizzare i criteri adottati in precedenza.    

Va da se che sottostimare queste differenze finisce per invalidare il giudizio finale.

In generale la strategia che mettono in campo gli individui tende a svalutare o ad omettere determinate circostanze, se nella loro esperienza culturale sono viste come tabù o come dei valori negativi, e a sovrastimare il ruolo di quei fattori ritiene siano valori positivi.

In linea di massima le capacità cognitive sono predisposte per agire sulla base di mappe o schemi mentali validi per affrontare buona parte delle situazioni della vita corrente. 

Esistono però delle situazioni che possono essere affrontate correttamente solo uscendo dalle mappe mentali consolidate. 

Se non lo si riesce a fare sicade in errore, soprattutto quando si affrontano circostanza sconosciute. 

C’è un’ulteriore importante considerazione. 

Nella vita corrente la paura di assumere una decisione errata può portare a prendere la decisione errata, come è dimostrato dal celebre paradosso delle profezie che si auto avverano

In altri termini, una previsione che si  auto-avvera, o che si auto-determina, è una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata pensata.

Questo perché predizione ed evento sono in una relazione dialettica, secondo la quale la predizione finisce per generare l’evento e l’evento verifica la predizione.

Due esempi.  Come avviene spesso nell’ambito del mercato finanziario, se esiste la convinzione che sia imminente un crollo dei titoli, gli investitori possono perdere fiducia e mettere in atto una serie di reazioni che possono causare realmente questo crollo.  

In una campagna elettorale, un candidato che mostra di non essere convinto nella sua vittoria può indurre apatia o rassegnazione nei suoi potenziali elettori, apatia o rassegnazione che finiscono per concretizzarsi in una riduzione della sua base elettorale. 

Più in generale, come afferma la psicologia, una profezia che si auto-adempie si ha quando un individuo, convinto o spaventato dall’idea che possano verificarsi determinati eventi, altera il suo comportamento in un modo tale dal finire per causarli.  

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Vediamo adesso l‘esperimento di Rosenhan.

David Rosenhan (1929-2012) è stato un professore di psicologia presso la Stanford University di Santa Clara in California.    

Rosenhan eraconvinto che le categorie sociali di salute e di malattia mentale si basassero su dei dati obiettivi considerati in modo riduttivo o errato. 

In breve, pensava che il conferimento dello status di malato ad un individuo era per lo più il risultato di una costruzione sociale e, come tale, il più delle volte arbitraria.  

Rosenhan si pose la domanda se, per la diagnosi di malattia mentale, contassero di più le caratteristiche dei pazienti o quelle del contesto nei quali si trovano durante l’elaborazione della diagnosi (il reparto psichiatrico, nella maggior parte dei casi).

Per verificare questa sua idea otto tra i suoi collaboratori di Rosenhan si rivolsero ad alcuni ospedali in diverse città degli Stati Uniti chiedendo di essere ricoverati. 

Si trattava di un gruppo composto da una casalinga, uno studente di psicologia, tre psicologi, un pediatra ed uno psichiatra. 

Dopo aver chiesto un appuntamento, questi pseudo-pazienti si recarono all’accettazione dei reparti ospedalieri denunciando di “sentire delle voci”. 

Questa fu la sola bugia che costoro raccontarono agli psichiatri dell’accettazione, oltre a non rivelare le loro vere professioni. 

Per il resto fornirono delle informazioni veritiere sulla loro vita, le loro abitudini, la loro famiglia, con una descrizione di sé stessi che li faceva apparire come assolutamente “normali”.

Contrariamente ad ogni logica, tutti e otto furono ricoverati nei reparti psichiatrici a cui si erano rivolti e, nonostante una volta giunti in reparto avessero denunciato la loro finzione, spiegando il perchè l’avessero fatto, furono trattenuti a lungo per essere alla fine dimessi con una diagnosi di schizofrenia in remissione.

Sorpreso del risultato ottenuto, David Rosenhan effettuò una controprova. 

All’equipe medica di un ospedale psichiatrico che conosceva le sue ricerche e che riteneva non potesse cadere in errori così grossolani, comunicò, che nei successivi tre mesi, avrebbe inviato presso di loro uno o più falsi pazienti

Nei tre mesi successivi, su centonovantatre pazienti ammessi all’ospedale, quarantuno vennero individuati dall’equipe come “simulatori”, solo che Rosenhan non aveva inviato nessun falso paziente, come aveva preannunciato, bluffando. 

L’esperimento di Rosenhan e, per certi versi, analogo a quello di Asch

Il test di Asch è stato un esperimento di psicologia sociale condotto nel 1956 dallo psicologo polacco Salomon Asch (1907-1996).

L’assunto di base di questo esperimento consisteva nel fatto che per Asch la condizione di membro di un gruppo era una condizione sufficiente ad alterare il comportamento e, in una qualche misura, anche i giudizi e le percezioni visive di una persona. 

L’esperimento aveva come scopo primario quello di valutare la possibilità di influire sulle percezioni e sul giudizio di dati oggettivi, senza ricorrere a false informazioni sulla realtà.  

Ricordiamo, en passant, che questo test di Asch influenzò Stanley Milgram (che fece il suo dottorato con Asch) e le sue successive ricerche.

L’esperimento

I due interrogativi da cui partì Asch nel suo esperimento sono: 

1 – Quale grado di autonomia conservano le persone quando sono messe di fronte a una pluralità di individui che esprimono unanimemente valutazioni diverse dalla sua?

2 – Quali condizioni limitano gli effetti che la pressione del gruppo esercita sull’individuo?

Il protocollo dell’esperimento prevedeva che otto soggetti, di cui sette collaboratori diretti di Asch, all’insaputa dell’ottavo (il soggetto sottoposto all’esperimento), si incontrassero in un laboratorio, per quello che era stato annunciato come un normale esercizio sulla visione. 

Lo sperimentatore mostrava a questi soggetti un foglio con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente mentre su un’altro foglio vi era disegnata un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda.

Poi chiedeva ai soggetti, iniziando dai sette soggetti complici, quale fosse la linea di lunghezza uguale nelle due schede. 

Dopo un paio di prove, alla terza serie di domande i setti collaborati di Asch iniziarono a rispondere in maniera palesemente errata.

Il soggetto sottoposto all’esperimento, che rispondeva per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi cominciava a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata data dalla maggioranza che aveva risposto prima di lui. 

In sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta, questo soggetto decideva, consapevolmente e a dispetto di ogni logica, di assumere la posizione dalla maggioranza.

Salomon Asch verificò che solo pochi soggetti all’esperimento furono capaci di sottrarsi alla pressione del gruppo, dicendo ciò che vedevano e non ciò che sentivano di “dover” dire.

Per riassumere. 

Il venticinque per cento dei partecipanti non si conformò alla maggioranza. 

Il settantacinque per cento si adeguò almeno una volta alla pressione del gruppo. 

Il cinque per cento dei soggetti si adeguò ad ogni singola ripetizione della prova. 

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Che cos’è – in questa ottica – la conformità sociale.

Si definisce conformità sociale il risultato sull’individuo di fattori che tendono a uniformare il suo comportamento a quello del gruppo di appartenenza o del sistema sociale in cui vive. 

In linea generale, gli individui – nel corso del processo di interazione con l’ambiente, con i gruppi e i sistemi socio-culturali di riferimento – tendono a sviluppare schemi e sistemi di regole che orientano il loro comportamento.

Schemi e sistemi che normalmente vengono interiorizzati attraverso i meccanismi di socializzazione e che finiscono per diventare dei riferimenti normativi. 

Tali schemi e sistemi appaiono come credenze condivise e rappresentano dei criteri di giudizio e di azione in riferimento a come ci si deve comportare socialmente.   

Queste credenze possono essere sia manifeste che implicite e generano un comportamento uniforme, seguendo un percorso auto-referenziale. 

In linea di massima possiamo dire che molti dei nostri comportamenti sono determinati da tali norme, anche se non ne siamo consapevoli. 

In altri termini, il nostro agire si adatta spontaneamente alle norme, ma una tale conformità non viene percepita dal soggetto che il più delle volte è convinto di stare agendo liberamente.

Un fattore di conformità rilevante deriva dall’appartenenza a un gruppo

Vale a dire gli individui tendono a modellare il loro comportamento su quello dei gruppi di appartenenza, come la famiglia, gli amici, la fede religiosa, il partito politico, eccetera.   

Anche il ruolo ricoperto in un sistema o in una organizzazione pubblica e le autorità che si riconoscono come legittime sono fattori che producono conformità

In questo contesto la persuasione può essere definita l’arte di modificare l’atteggiamento o il comportamento altrui attraverso uno scambio di idee. 

A differenza di altri sistemi di convincimento la persuasione utilizza solamente le parole o il linguaggio del corpo per mettere l’interlocutore in uno stato d’animo specifico.

La parola persuasione appare spesso connotata in modo negativo, questo fatto oggi, è dovuto all’utilizzo esagerato e poco etico che ne fanno i persuasori al servizio di interessi di parte o commerciali. 

Uno dei mezzi più importanti di persuasione sono oggi i nuovi mass media, in particolare, i sistemi digitali.    

In sintesi, la persuasione, assieme all’azione della suggestione, è il mezzo ideale per la propaganda e il plagio. 

Uno degli studi più importanti su questi fenomeni è costituito dal testo di Stanley Milgram sull’obbedienza pubblicato negli Stati Uniti nel 1974. 

Questo testo è stato pubblicato in italiano nel 2003 con il titolo: Obbedienza all’autorità.  (Edizioni Einaudi). 

Chi è Stanley Milgram?

È statouno psicologo americano(New York 1933 – 1984) che trascorse la prima parte della sua carriera di ricercatore e professore presso le università di Yale e di Harvard per poi trasferirsi alla City University di New York. 

È l’ideatore di sofisticate tecniche di ricerca nel campo delle scienze sociali e autore di vari contributi che riguardano la qualità della vita nelle grandi metropoli. 

Si occupò in particolare della relazione tra il potere di condizionamento esercitato dai new media e i comportamenti antisociali. 

Il suo nome è legato agli studi riguardanti la determinazione del comportamento individuale in relazione a un sistema gerarchico e autoritario che impone obbedienza

L’esperimento di Milgram ovvero una riflessione sull’obbedienza.

Il verbo obbedire viene dal latino, significa prestare l’orecchio, essere sottomesso.

Si ubbidisce per una infinità di motivi, per forza, per calcolo, per abitudine, per soggezione, per ignoranza, per devozione, per rispetto, per amore…

Prima di entrare in argomento ricordiamo due grandi studiosi che hanno affrontato questi temi. 

Il primo è Étienne de La Boétie (1530-1563).  È stato un filosofo e uno scrittore politico francese amico di Michel de Montaigne, autore di un “Discorso sulla servitù volontaria” nel quale sostenne che l’obbedienza è anche la causa e non solamente l’effetto della sottomissione. 

Questa osservazione fa capire perché è uno dei pensatori più amati dagli anarchici e uno degli autori più citato da i movimenti non-violenti o della disobbedienza civile. 

Il secondo è Thomas Hobbes (1588 – 1679), filosofo e matematico inglese, autore (nel 1651) dell’opera di filosofia politica il Leviatano

Hobbes oltre alla teoria politica si interessò e scrisse di storia, di geometria, di etica e di economia. 

Fu un acuto osservatore della natura umana che descrisse come sostanzialmente competitiva e egoistica, esemplificata da una sua affermazione che oggi citiamo come se fosse un proverbio.   Homo homini lupus, “ogni uomo è lupo per l’altro uomo”. 

L’esperimento di Stanley Milgram è all’apparenza un tipico test di psicologia, com’erano di moda negli Stati Uniti negli agli ’60 del secolo scorso. 

Nel 1961 realizzò questo test presso i locali dell’Interaction Laboratory dell’Università di Yale. 

L’obiettivo era quello di verificare il livello di corrispondenza agli ordini impartiti da un’autorità, nel momento in cui tali ordini entrano in conflitto con la coscienza e la dimensione morale di chi li riceve.  

L’obiettivo era studiare il comportamento di soggetti a cui un’autorità – nella fattispecie un professore di università – imponeva di eseguire delle azioni contrarie ai valori etici e morali dei soggetti stessi. 

Va ricordato, per meglio inquadrare questo esperimento, che nell’aprile del 1961 a Gerusalemme era cominciato un processo che, per forza di cose, finì per politicizzare questo esperimento, aprendo le porte a molte polemiche anche in considerazione del fatto che Milgram era ebreo e che era già stato al centro di altre controversie per il suo atteggiamento spregiudicato nei confronti del mondo accademico.     

Questo processo riguardava un criminale di guerra nazista Adolf Eichmann.

In breve.  Eichmann durante il Terzo Reich era stato un importante membro del partito nazista e un esperto della questione ebraica. 

Nel corso di quella che fu chiamata la soluzione finale organizzò lo smistamento e il trasporto ferroviario di milioni di ebrei, comunisti, gay, rom, malati di mente nei vari campi di concentramento. 

Alla fine della seconda guerra mondiale fu dichiarato un criminale di guerra, ma riuscì, fuggendo, a sottrarsi al processo di Norimberga.   

Si nascose in Argentina dove qualche anno dopo i servizi di sicurezza dello stato di Israele (Mossad) riuscirono a localizzarlo e a trasferirlo a Gerusalemme per processarlo.

Va sottolineato che tutto il processo si svolse intorno a questo interrogativo:

È possibile che Eichmann e le migliaia di persone che lo aiutarono stessero semplicemente eseguendo degli ordini e che li eseguissero a prescindere dal fatto che fossero moralmente giusti o criminali?

Ricordiamo che la stessa domanda compare in uno dei libri più importanti di Hannah Arendt, che seguì il processo come corrispondente del New Yorker e in seguito raccolse queste corrispondenze in un libro intitolato, La banalità del male.  Eichmann a Gerusalemme.

La Arendt (Hannover 1906 – New York 1975, allieva di Martin Heidegger, è uno dei filosofi sociali più importanti e stimati del ‘900, autrice di molti saggi di teoria politica sulle radici dell’autoritarismo.   

Veniamo all’esperimento. 

I partecipanti furono reclutati sia tramite un annuncio su un giornale locale, sia tramite alcuni inviti spediti per posta a delle persone il cui indirizzo era stato ricavato dalle guide telefoniche.  

Il campione selezionato risultò composto da maschi di varia estrazione sociale di età compresa tra i venti e i cinquanta anni.  

Fu loro formalmente comunicato che avrebbero partecipato – dietro una ricompensa – ad un esperimento sulla memoria e il modo di stimolare l’apprendimento. 

Per cominciare il direttore del test insieme ad un suo collaboratore assegnarono, per sorteggio, i due ruoli. di allievo e di insegnante.

Solo che il sorteggio era truccato e il soggetto, che aveva risposto all’annuncio per il test, era sempre sorteggiato come insegnante mentre il collaboratore del direttore del test era sempre sorteggiato come allievo

I due soggetti venivano poi condotti in un laboratorio diviso in due locali.    

L’insegnante – cioè il partecipante all’esperimento – era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica. 

Il quadro di questo generatore era composto da trenta interruttori a leva messi in fila. 

Sotto ogni interruttore era scritto il voltaggio, che andava dai quindici volt del primo fino ai 450 volt del trentesimo

Sotto ogni quattro interruttori compariva la scritta: 

– Scosse leggere. 

– Scosse medie. 

– Scosse forti. 

– Scosse molto forti.

– Scosse intense. 

– Scosse molto intense. 

– Infine, sotto gl’ultimi due interruttori compariva la scritta, attenzione scosse molto pericolose

All’insegnante – il partecipante al test – veniva fatta provare la scossa di 45 volt e poi gli veniva illustrato quello che doveva fare.  

Il compito consisteva nel leggere al finto allievo –  un collaboratore di Milgram, sistemato nell’altro locale –  delle coppie di parole semplici e in qualche modo correlate tra loro, come scatola rossa, giorno sereno, viaggio felice, eccetera. 

Il finto allievo doveva ripetere la seconda parola della coppia – inquesto caso, rossa, sereno, felice – e accompagnarla da altre quattro parole associabili

Per esempio, rossa poteva essere associata ad automobile, a rapa, a scatola, a lampadina. 

L’insegnante avrebbe poi deciso se le risposte erano corrette. 

Nel caso le risposte fossero state ritenute errate doveva infliggere una punizione aumentando l’intensità della scossa ad ogni errore.   

Il finto allievo, era legato ad una sedia munita di morsetti elettrici che gli erano stati fissati al polso e collegati al generatore di corrente che l’insegnante poteva manovrare dalla sua postazione. 

Questi, d’accordo con il direttore dell’esperimento, doveva rispondere alle domande e sbagliarne di tanto in tanto qualcuna in modo da essere sottoposto alle scosse elettriche, che naturalmente non riceveva, ma che doveva simulare di ricevere

In altre parole doveva lamentarsi e implorare che la smettessero con l’esperimento, simulando dolore, gridando e divincolandosi. 

Tutto questo fino a 330 volt

Raggiunto questo limite doveva fingere di svenire.   

A fianco dell’insegnante –  cioè, al soggetto sottoposto al test – c’era Milgram nel ruolo di direttore dell’esperimento, che ad ogni eventuale obiezione sulle scosse che infliggeva gli rispondeva con delle frasi standard: 

– l’esperimento richiede che lei continui. 

– lei è stato pagato e quindi dobbiamo andare avanti. 

– è assolutamente indispensabile proseguire. 

– guardi che lei non ha altra scelta che proseguire. 

Il grado di obbedienza – che era lo scopo del test – era stabilito in base al numero dell’ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di rifiutarsi di proseguire nella prova. 

Va aggiunto, per correttezza, che alla fine di ogni test era rivelato al soggetto, a cui era stato assegnato il ruolo dell’insegnante, che l’allievo non aveva ricevuto nessuna scossa e per tranquillizzarlo gli veniva detto che il suo comportamento era stato normale e che tutti gli altri partecipanti avevano reagito come lui. 

Questo per evitare contestazioni o il manifestarsi di sensi di colpa.

Contrariamente anche a quello che era stato previsto un numero altissimo dei quaranta soggetti sottoposti all’esperimento – nononostante avessero mostrato segni più o meno forti di tensione ed avessero protestato a parole – obbedirono diligentemente al direttore del test.   

Questo imprevisto e sorprendente grado di obbedienza (che di fatto aveva indotto i partecipanti a violare i propri convincimenti morali), obbligò Milgram e il suo staff a riflettere su quello che avevano costatato e ad avanzare delle ipotesi. 

Una di queste ipotesi sosteneva che l’obbedienza può essere indotta da una figura autoritaria che, chi la subisce, considera autorizzata e legittimata a dare ordini

In pratica, questa figura autoritaria può indurre, con l’autorità che le è riconosciuta, uno stato eteronomico, cioè, a un comportamento che, anche se il soggetto vive come un’imposizione, accetta ritenendosi un semplice strumento per eseguire l’ordine. 

(Lo stato eteronomico, in filosofia è definito come la dipendenza da leggi o criteri estranei o esterni alla volontà del soggetto, specialmente in campo morale).

Questo stato di cose si realizza quando il soggetto percepisce l’autorità come legittima e superiore  – nel caso di questo esperimento era il riconoscimento della competenza universitaria.     

È una situazione che si verifica soprattutto in due circostanze: 

– quando per educazione o per condizione sociale l’obbedienza all’autorità fa parte dei processi di socializzazione del soggetto

– quando si cede alle pressioni culturali o ideologiche che fanno apparire la disobbedienza un comportamento asociale

Milgram, in seguito, ripeté questo test più volte, variando gli scenari, le circostanze e le distanza fisica tra i protagonisti del test, fino al caso dell’insegnante – cioè il soggetto sottoposto al test – che era informato di ciò che sarebbe successo durante l’esperimento ma non era in grado di vedere le contorsioni, né di udire i gemiti del finto allievo. 

Per riassumere i risultati:  Oltre il sessantacinque per cento dei soggetti andò avanti fino alla scossa più grave e, nonostante le polemiche che questo esperimento sollevò, tutte le volte che fu ripetuto il risultato non cambiò mai di molto da quello del 1961. 

In pratica, con questo test, Milgram dimostrò che l’obbedienza dipende in massima parte dalla “re-definizione” che il soggetto fa del significato della situazione che sta vivendo.

Questo perché ogni situazione vissuta è caratterizzata da una sua ideologia che definisce e interpreta il significato degli eventi che vi accadono. 

Ed è proprio questa ideologia che fornisce il punto di vista (o l’alibi) grazie al quale i singoli elementi che compongono la situazione (che si sta vivendo con disagio) acquistino una loro coerenza e giustificazione. 

In linea generale si può affermare che quando c’è un contrasto tra ciò che pensiamo sia giusto e le circostanze – che ci spingerebbero ad assumere un comportamento diverso – finiamo nella maggior parte dei casi per comportarci in base a ciò che la percezione della situazione ci suggerisce. 

Tutto questo tenendo conto del fatto che, in linea di massima, noi siamo disposti ad accettare la definizione della situazione che ci suggerisce l’autorità e, in quest’ottica, anche l’azione più orribile sarà riclassificata come ragionevole e oggettivamente necessaria. 

Due curiosità

Nel 1986 Peter Gabriel pubblico il suo quinto album intitolato “So”

L’ottavo pezzo di questo album è dedicato all’esperimento di Milgram, chi lo conosce sa che è il più oscuro e sperimentale dell’intero album.

In italiano potremmo tradurlo con: Facciamo quello che ci è stato detto.

(Peter Brian Gabriel è un cantante, compositore e produttore discografico britannico. Dopo aver raggiunto il successo nel celebre gruppo rock progressivo Genesis come cantante, flautista e percussionista, ha intrapreso una carriera solista di successo sperimentando numerosi linguaggi musicali). 

Nel 2008 lo scrittore Will Lavender un professore universitario di letteratura americana pubblicò un romanzo intitolato Dominance & Obedience, ispirato al lavoro di Milgram che divenne un best seller nella classifica dei libri in inglese.   

In Italia questo romanzo fu pubblicato, nel 2009, con il titolo Obbedienza.  

°°°

Passiamo adesso a L’esperimento carcerario di Stanford. 

È uno degli esperimenti di psicologia sociale più drammatici che sia mai stato realizzato in ambito universitario. 

Fu condotto da Philip Zimbardo della Stanford University e dalla sua équipe nel 1971

Philip Geeorge Zimbardo è nato e cresciuto nel quartiere del Bronx a New York, nel 1933, da genitori siciliani emigrati negli Stati Uniti. 

Ha studiato con Stanley Milgram e si laureò alla Yale University dove ha anche insegnato prima di passare alla New York University. 

Successivamente passò alla Columbia University e infine approdò alla Stanford University, in California dove realizzò questo esperimento. 

Zimbardo nel progettare questo esperimento partì da alcune osservazioni sul comportamento sociale di uno studioso francese Gustave Le Bon, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, a cui si devono alcuni studi sul comportamento collettivo e delle folle.  

In particolare Zimbardo era interessato alla tesi di Le Bon sulla “de-individuazione”. 

Vale a dire sulla circostanza per la quale gli individui, che compongono una folla, se si verificano determinate condizioni, tendono a smarrire la propria identità, a perdere la propria consapevolezza e la propria lucidità

In una, il loro senso di responsabilità, favorendo l’insorgere di impulsi a-sociali e di comportamenti anomici che si diffondono facilmente all’interno della folla stessa.

Ricordiamo anche che molte delle ricerche, che prima di questo esperimento Zimbardo avevaportato a termine, consistevano nel verificare lafondatezzadiunaconvinzionediffusa, secondo la quale, i comportamenti degradati e violent,i osservabili all’interno di un’istituzione totale, come è il carcere, sono dovuti a disfunzioni della personalità, innate o apprese, sia da parte dei carcerati che delle guardie.

Nel corso di queste ricerche Zimbardo dimostrò che, in genere, tali condotte dipendono soprattutto dalle particolari caratteristiche della situazione contestuale.

Nell’estate del 1971 Zimbardo allestì nel seminterrato dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Palo Alto, uno spazio che riproduceva fedelmente un ambiente carcerario.       

Poi con alcuni annunci sui giornali locali e studenteschi, un metodo molto usato nei campus degli Stati Uniti in quel periodo, reclutò 75 studenti universitari per una ricerca non specificata dall’annuncio.  

Di questi studenti, con l’aiuto della sua équipe, ne selezionò 24. 

Erano quelli che,dopo un colloquio, apparivano i più maturi, i più equilibrati, in qualche modo dei benpensanti, tutti appartenenti al ceto medio.

Questi studenti, furono casualmente divisi in due gruppi quello delle guardie e quello dei carcerati e trasferiti nei locali dell’Istituto di psicologia trasformati in carcere. 

Qui, i carcerati dovettero togliersi gl’abiti, compresa la biancheria intima, e ricevettero una divisa standard con un numero, un berretto e furono incatenati alla caviglia. 

Dopo di che dovettero imparare a memoria una serie di regole da rispettare rigidamente. 

Le guardie, invece, ricevettero un’uniforme classica color cachi, con occhiali da sole a specchio, fischietto, manette e manganello. 

Le loro istruzioni furono discrezionali, in pratica, fu richiesto loro di mantenere l’ordine

Attenzione: Si definisce, nell’ambito carcerario, potere discrezionale, quello che consente a chi lo esercita di decidere – nei casi non specificatamente contemplati dalla legge – secondo il proprio arbitrio

Come era facile prevedere, da subito questi studenti cominciarono ad immedesimarsi nei due diversi ruoli. 

I carcerati divennero nervosi, passivi, sospettosi, mentre le guardie cominciarono a manifestare tendenze sadico-narcisistiche.   

Tutto questo in un certo senso era stato previsto dal protocollo da Zimbardo.   

In realtà quello che successe in seguito andò molto più in là delle previsioni

Appena un paio di giorni dopo l’inizio dell’esperimento i prigionieri si strapparono le divise e si barricarono nelle celle per protesta contro le guardie. 

Le guardie, da parte loro, cercarono di spezzare la solidarietà che si era creata tra i prigionieri intimidendoli e umiliandoli. 

Siccome i prigionieri dipendevano da esse per mangiare e lavarsi li obbligarono a cantare canzoni oscene, a pulire le latrine a mani nude e a defecare in secchi che erano costretti a tenere nelle celle. 

Il quarto giorno ci fu un tentativo di evasione, che fu contenuto con l’aiuto del direttore del carcere, impersonato dallo stesso Zimbardo

A seguito del fallimento dell’evasione, la coesione tra i prigionieri si disgregò e cominciarono a manifestarsi segni di stress emotivo e di passività.  

Unostato di cose accentuato dal comportamento sempre più sadico e vessatorio delle guardie.        

A questo punto l’esperimento fu interrotto. 

Probabilmente si verificò qualcosa di molto grave, ma Zimbardo e la sua équipe non lo rivelarono mai in modo esplicito.

Secondo Zimbardo la finta prigione fu vissuta come vera nell’esperienza psicologica di entrambi i due gruppi, guardie e prigionieri.  

Le guardie, in particolare, assunsero un ruolo formale che le spinse ad adottare le istruzioni ricevute come il solo valore da rispettare. 

In breve, si verificò quello che aveva già notato Milgram nelle sue ricerche: le circostanze eccezionali spingono inevitabilmente i soggetti a una “re-definione” della situazione che stanno vivendo. 

In altri termini, il processo di “de-individuazione”, messo in luce da Gustave Le Bon, generò, negli studenti trasformati in guardie, una perdita di responsabilità personale

È come se la consentita impunità e discrezionalità delle proprie azioni avesse indebolito in questi studenti l’auto-controllo basato sul senso di colpa, la vergogna e la paura. 

Un’appendice.

Questo esperimento era stato dimenticato, ma negli Stati Uniti ritornò di attualità con le drammatiche vicende riguardanti le torture a cui furono sottoposti i prigionieri iracheni nella prigione di Abu Ghraib ad opera di militari americani, tra cui alcune donne, nel 2003

Chi aveva vissuto o aveva studiato l’esperimento di Stanford dichiarò che le immagini diffuse dai media e che mostravano le sevizie e le umiliazioni subite dai prigionieri iracheni erano drammaticamente simili a quelle che si erano verificate a Palo Alto.   

(Fine – marzo 2019).

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LA COMUNICAZIONE NELLA SOCIETA’ MULTIETNICA – ESERCITAZIONE FINALE

I.E.D.  Milano
Anno accademico 2019-2020
(Esercitazione finale)
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LOOKING THROUGH THE BREAKFAST.

Man ist was Mann isst

L’identità soggettiva nelle scienze sociali è l’insieme delle proprie caratteristiche auto-percepite, costituisce un’identità fluida, difficile da circoscrivere, carica di ombre, con la quale dobbiamo fare in continuazione i conti.  Essa, però, è anche tutto ciò che ci caratterizza, ci rende inconfondibili, ci consente di dare un senso all’idea di “Io”.  In questo modo l’identità soggettiva serve sia ad identificarci che a discriminarci, producendo spesso degli stereotipi culturali che alimentano il pregiudizio.

Di contro l’identità oggettiva, che non necessariamente coincide con quella soggettiva, è la questione sulla quale convergono almeno tre rappresentazioni di ciò che siamo:

La nostra identità fisica, che si desume principalmente dal volto, dalla postura e dal sesso.

La nostra identità sociale, ovvero l’insieme di alcune caratteristiche quali l’età , lo stato civile, la professione, la classe di reddito.

La nostra identità psicologica, costituita dalla personalità che abbiamo, dalla conoscenza di sé, dallo stile di vita e di comportamento.

Sono identità che variano più o meno rapidamente e coscientemente.  Più o meno indipendentemente da quello che noi vogliamo o siamo in grado di volere.

Va anche considerato che queste due rappresentazioni dell’identità, anche se non coincidono, sono profondamene intrecciate tra di loro.  Per esempio, il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi guardano gli altri e della maniera in cui io so che gli altri mi vedono, con il risultato che molto spesso i giudizi che esprimiamo o riceviamo sono improntati sulla malafede, sulla cortesia, o godono di una benevolenza parentale ed amicale.

L’identità soggettiva indica anche la capacità degli individui di aver una coscienza dell’esistere e di “permanere” attraverso tutte le fratture dell’esperienza.

In filosofia è stato John Locke (1632-1704), nel Saggio sull’intelligenza umana, ad affrontare alla radice il tema dell’identità soggettiva in un’epoca in cui entra in crisi la vecchia rappresentazione metafisica e religiosa dell’anima intesa come un’ancora che ci tiene legati al senso del mondo e del suo divenire attraverso il tempo.

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È opinione condivisa che gli atti alimentari riflettono la nostra personalità.  Se gli alimenti che ingeriamo sono indispensabili alla vita, il nostro gusto, lo stile con cui mangiamo, les nos manières de table ci situano nel mondo e nella società. 

La nostra identità, da questo punto di vista, si costruisce attraverso le abitudini dell’infanzia, i modi alimentari della classe alla quale apparteniamo o quella alla quale vorremmo appartenere, dalle nostre relazioni familiari.    

Dal “Man ist was Mann isst” a “Dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei”, il passo è breve, a tal punto che certe teorie psicosomatiche parlano della bulimia, dell’obesità e dell’anoressia come segni di una incapacità ad esprimere i sentimenti, in particolare quelli di ostilità e di collera verso gli altri o verso se stessi  

Obiettivo dell’esercitazione è la realizzazione di un autoritratto che esprima – attraverso il posto della prima colazione, come la prepariamo, quello che mangiamo – la nostra “identità soggettiva” o quello che riteniamo sia una rappresentazione di essa. 
Utilizzare, come formule espressive, solo se stessi e gli elementi che compongono la propria sfera domestica.

L’autoritratto può essere elaborato con il mezzo espressivo che si ritiene più opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via digitale.  

L’elaborato dovrà essere inviato a: gesmos@gmail.com

Se l’elaborato è troppo “pesante” per essere inviato via e-mail inviarlo tramite https://wetransfer.com

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