Il Corpo. La sostanza che abitiamo. Un prodotto dell’immaginario sociale.
(Bozza)
Qual è il rapporto con il nostro corpo?
Questa è una delle domande più complesse e storicamente più dipendente dai tempi che viviamo di tutte le scienze sociali.
Partiamo da questa affermazione. L’individuo fin dalla nascita dipende dai processi culturali e sociali della comunità a cui appartiene. La sua nudità naturale appare assolutamente inammissibile, insopportabile, inopportuna e spesso pericolosa. Non per caso il nudismo è un fenomeno culturale, cioè un ritorno culturale alla natura e non un’accettazione del naturale di per sé.
I processi culturali e sociali iniziano dalla nascita. I bambini sono manipolati, mutilati, vestiti, formati e deformati spesso con una certa violenza. È come se la nostra anatomia così com’è ci risultasse ripugnante. Tanto è vero che il nostro corpo non è accettato se non è trasformato, coperto di segni, vestito di artifici.
Scrive Claude Lévi-Strauss in Tristi tropici (1955) a proposito di una etnia indigena del Brasile. Occorre essere dipinti per essere uomini, chi resta allo stato di natura è equiparato ad una bestia.
Non è un caso. In Polinesia le donne che non sono tatuate non trovano marito.
Se la loro mano non è decorata non possono cucinare e soprattutto non possono metterla nella scodella comune per prendere il cibo. In Nigeria ci sono etnie in cui le ragazze scarificano le gambe e poi le abbelliscono con dei braccialetti di perle per attirare l’attenzione sulle scarificazioni.
La scarificazione è un verbo del mondo agricolo, indica la rottura, con delle lame trainate da un trattore, del terreno troppo duro, ma senza rovesciarlo come fa l’aratro. Per analogia si chiama scarificazione le incisioni più o meno profonde che si realizzano sul corpo con la lama di un coltello, di un rasoio o, come avviene in molte culture primitive, con delle pietre affilate o il bordo delle conchiglie. Rappresenta un rito d’iniziazione molto doloroso e spesso pericoloso per l’abbondante perdita di sangue o per le infezioni che possono intervenire.
Nel Ciad le donne deridono gli uomini che non hanno incisioni tribali sul cranio e in genere rifiutano di sposarsi con loro. In Congo le ragazze che non sopportano la scarificazione sono definite delle buone a nulla e sono rifiutate dagli uomini.
Va osservato che le motivazioni che portano alla scarificazione – estetiche, erotiche, igieniche, politiche, di classe – non influiscono sul fatto che comunque il loro obiettivo è una metamorfosi dell’aspetto della persona che trasforma il corpo in uno strumento dei desideri sociali condivisi.
È come se il corpo nudo fosse bestiale e favorisse l’equiparazione dell’uomo con gli animali.
Vale a dire il rifiuto della nudità sembra poter emancipare l’essere umano dalla natura e testimoniare la conquista dell’ordine culturale.
In altri termini, per gli uomini, non importa il luogo dove abitano o hanno abitato e l’epoca che vivono o hanno vissuto, il corpo non è un prodotto della natura, ma della cultura.
In termini psicologici è come se il desiderio di non appartenere all’ordine della natura si spingesse fino a negare la realtà.
Con gli ornamenti, le mutilazioni, le deformazioni, in una, con la messa in opera di artifici, l’uomo si ripropone di aderire ad uno schema fisico ideale. Si illude di esprimere un’immagine mentale con la quale condizionare la sua natura sociale. Da questo punto di vista una cicatrice o il segno di un tatuaggio rappresentano paradossalmente dei gioielli incarnati.
Gli stessi indumenti, non importa quali essi siano, una volta indossati – come tutti sappiamo – tendono a cambiare il comportamento e a modificare le sensazioni.
Dobbiamo anche osservare a questo proposito come quasi tutte le culture favoriscono il feticismo, cioè la cristallizzazione del desiderio su una parte piuttosto di un’altra del corpo. Incoraggiano la venerazione di una persona, di una cosa e, al limite, di un’astrazione, come può essere l’ordine, la pulizia, la precisione, la bellezza, eccetera.
Sigmund Freud considerava il feticismo una perversione con la quale si sostituisce una parte con il tutto e ne rintraccia le origini nel fenomeno della castrazione, qui intesa come una mancanza, come l’assenza del fallo.
In ogni caso non c’è parte del corpo umano o di ciò che compone la sua identità che non sia in grado di produrre un’eccitazione feticista. Infatti, in ogni luogo e in ogni tempo l’anatomia umana è sempre stata vista come un mosaico di parti che giocano un ruolo più o meno importante nel costume, nelle abitudini, nella morale.
Lo stesso trasformarsi nel tempo e nelle culture del pudore è una dimostrazione evidente della diversità delle opzioni feticistiche.
Le donne cinesi fino a pochi anni fa non mostravano i loro piedi neppure ai loro amanti, ma non avevano pudore nell’esibire i seni nudi. In Occidente le gambe sono state scoperte e ricoperte innumerevoli volte. Così è stato per la capigliatura, le spalle, le braccia .
Insomma, il pudore e la seduzione inventano le loro regole che la ragione il più delle volte non comprende.
In alcune culture primitive si coltiva lo strabismo, in altre l’obesità, come in Camerun dove solo le donne grasse possono sposare i capi tribù. Nell’antica Grecia erano apprezzate le donne callipige, che avevano delle belle pygos, cioè, delle belle natiche. I musei archeologici sono pieni di Veneri callipige, si riconoscono dal gesto della dea rappresentata nell’atto di sollevarsi la tunica sul di dietro.
Per molti antropologi anche la scarificazione ha un’origine feticistica, sarebbe la ripetizione rituale delle ferite gloriose ricevute nel corso della caccia o della guerra.
In breve le pratiche che riguardano il corpo sono culturali e possono dar vita a curiosi paradossi.
Nell’Ottocento gli inglesi che avevano colonizzato la Polinesia emisero delle leggi contro quella che ritenevano una pessima abitudine delle popolazioni locali. Di tatuarsi il corpo.
Chi veniva sorpreso mentre si tatuava veniva condannato ai lavori forzati se era un uomo, a tessere dei mantelli di lana per le autorità inglesi se era una donna.
Ma le spose, le sorelle e le figlie di questi inglesi che dettavano ai polinesiani queste regole si comprimevano dentro dei corsetti così stretti da compromettere la gabbia toracica e la salute, spesso in modo grave.
Che cosa ci suggerisce questo episodio? Che delle pratiche culturali degli altri si tende sempre a sottolineare l’aspetto barbaro e si tace o si sottovaluta la loro dimensione culturale.
Vediamo un altro aspetto del problema del corpo.
La maggior parte delle azioni e delle cerimonie che hanno per oggetto il corpo presentano dei legami con l’erotismo. In questo senso bellezza e bruttura costituiscono dei concetti indissolubili, se non altro perché non si può definire l’una senza metterla in rapporto con l’altra.
Come ci racconta la storia le civiltà in cui si praticavano dei sacrifici umani non esitavano a immolare le giovinette più belle, come se l’efficacia del sacrificio dipendesse dal confronto dell’orrore con la perfezione e la purezza.
Osserva a questo proposito George Bataille è come se la bellezza fosse una lotta che si rinnova continuamente contro quelle che noi consideriamo le forme della bestialità.
Una lotta giocata anche con tutti gli artifici possibili, dal maquillage alla chirurgia.
In questo scontro tra bellezza e bestialità ricevono un’attenzione particolare gli orifici del corpo, cioè le parti più primitive, quelle che fanno da cerniera tra il suo interno e il suo esterno, tra l’intimo e il pubblico, tra il caldo e il freddo. La bocca è dipinta, ornata, tatuata. Alle orecchie, al naso alle grandi labbra della vagina sono sospesi degli anelli. Gli ornamenti hanno qui un doppio senso. Nascondono e sottolineano. In ogni modo la bellezza è di regola associata alla giovinezza, ma questo non significa che non la si faccia derivare da dei canoni. La Grecia classica l’associava ai numeri. Policleto, che visse nel quarto secolo prima dell’era comune, sosteneva che la bellezza di un corpo femminile è completa quando la sua altezza era sette volte e mezza quella della testa.
Vitruvio che visse nel primo secolo prima dell’era comune sosteneva che gli edifici dovevano corrispondere a delle proporzioni umane definite dal cerchio e dal quadrato. Un idea condivisa da Leonardo Da Vinci il cui disegno dell’uomo vitruviano è finito perfino sulle nostre monete da un euro.
Poi con il Rinascimento le ricerche sulle proporzioni matematiche della bellezza si sposarono con la scienza dell’anatomia e con la nuova sensibilità della pittura europea. Significativa è la Madonna dal collo lungo del Parmigianino(1503-1540), l’erede di Raffaello come fu definito dalla critica d’arte.
In alcune culture amerinde si cerca di appiattire il cranio dei bambini in modo che sia possibile da adulti portare più facilmente dei pesi sulla testa. I bantù Damara, che vivono in Namibia (Sud Africa) sostengono che non possono parlare correttamente la loro lingua se non si strappano i denti davanti..e lo fanno!
Le indossatrici di moda dello show business, anche se nessuno lo dice apertamente, non possono essere alte più di un metro e settantotto centimetri o avere naso, mento e seni prominenti.
Se le culture investano così tanto tempo e sforzi nel costruire dei modelli di bellezza è perché l’uomo è convinto che la natura del corpo umano sia perfettibile e possa essere sottoposta ai suoi desideri con ogni mezzo, cure dimagranti, amputazioni, ornamenti, protesi. Ma a ben guardare il bello impone la sua legge al desiderio non lontano dalla bruttezza e dall’orrore.
Veniamo adesso a ciò che lega il corpo all’ornamento.
Qui l’ornamento è un’espressione della seduzione, attira lo sguardo e soddisfa il narcisismo. È anche legato al pudore. Uno dei sentimenti più complessi. Il pudore da una parte ha la funzione di coprire, nascondere, consentire al soggetto di chiudersi in se stesso, dall’altra stimola il piacere estetico e l’erotismo.
In questa prospettiva l’ornamento è un ingegnoso sistema per istaurare una certa armonia tra queste forme di sensibilità antagoniste. Esso procura un sentimento di potere, di estensione del nostro io corporale, si salda per così dire alla pelle, al corpo e forma con esso un’entità indissociabile.
Di fatto, pudore e ornamenti sono caricati di connotati sessuali più o meno coscienti.
Per questo il cristianesimo ha istaurato una dicotomia radicale tra corpo e anima sostenendo che l’attenzione portata al corpo è pregiudizievole alla salute dell’anima.
A seconda di come cambiano le abitudini sociali la carta del desiderio può investire qualunque parte del corpo. Durante il Medioevo l’abbigliamento femminile tendeva a nascondere il petto.
Nel Rinascimento l’erotismo dei seni esploderà insieme all’addome e saranno ostentati. Addirittura le dame di corte si eserciteranno a camminare come le donne incinta in modo da far ammirare il ventre.
L’ornamento per gli antropologi ha funzioni magiche. Protegge dall’ostilità del mondo.
In questo senso struttura il corpo e struttura la società affermando la distinzione sessuale.
Uomini e donne si sono sempre ornati, sia pure in modo diverso.
In quest’ottica la radicale rinuncia dell’epoca borghese all’ornamento maschile è un avvenimento senza precedenti. Si potrebbe dire che è una delle conseguenze della società industriale.
Essa forse esprime un tentativo tutto maschile di dare al (suo) corpo una missione utilitaria.
È corretta questa tesi? Forse si. Considerato che oggi alla società industriale è subentrata la società dello spettacolo e gli uomini stanno rivalutando gli ornamenti e la bellezza costruita con il maquillage e la fatica muscolare.
Insomma, tutte le società manipolano il corpo, anche se in varia misura.
Tra maquillage e chirurgia estetica c’è una sostanziale barriera costituita dall’epidermide.
Generalmente il grado di profondità della manipolazione del corpo è proporzionale al dolore.
Si può a questo proposito costruire uno schema.
Da una parte c’è il vestito, una protesi indipendente che si mette o si toglie senza conseguenze che non siano psicologiche. Il vestito in breve è un artificio che può essere rimosso. Dall’altra parte c’è la mutilazione irreversibile.
A fianco del vestito e della maschera, che si porta in circostanze particolari, si colloca il maquillage e la pittura del corpo riservata a delle occasioni eccezionali come sono le feste, gli spettacoli, i carnevali, gli happening, i giochi d’infanzia.
Poi viene l’abbronzatura. È un fenomeno recente, serve a esibire il culto del ben essere. È una specie di certificato del lusso che possiamo esibire. L’abbronzatura parla per noi e dice: “Ho fatto una vacanza”, “Ho rotto con la banalità del quotidiano”, “Amo l’esotico”. Costituisce una carta da visita provvisoria, ma può essere rinnovata o restaurata con i raggi ultravioletti.
Allo stesso livello possiamo mettere il body-building. Anche questa una moda recente. Diciamo che al prezzo di molto sudore e fatica possiamo forgiare una nuova anatomia. O, meglio, possiamo gonfiarci come la rana nelle Favole di La Fontaine.
In termini antropologici l’atletismo un tempo necessario alla sopravvivenza è stato nella modernità compensato da un atletismo superfluo: lo sport.
Penetrando ancora più a fondo nella pelle troviamo la depilazione. Può essere totale o limitata a certe zone del corpo ed è una pratica quasi universale. Per esempio per gli Indiani d’America la depilazione è totale e praticata in modo diffuso dato che considerano i peli una sporcizia. Lo stesso facevano i greci che li cancellavano anche dalle statue.
La depilazione può riguardare il pube, ma anche il viso. Le donne del Rinascimento italiano si depilavano le sopracciglia per creare l’illusione di una fronte molto alta. In altre epoche le sopracciglia venivano rafforzate con la matita per donare al viso un aspetto più interessante.
Proseguendo nel nostro schema possiamo dire che il tatuaggio con l’ago rompe la barriera dell’epidermide.
(C’è anche il tatuaggio all’henné e più raro quello che si ottiene con l’abbronzatura)
Il pigmento che si usa nel tatuaggio con l’ago è pressoché definitivo, visto che la sua cancellazione lascia sempre una cicatrice. L’etimo di tatuaggio rinvia al polinesiano tatau, cioè ad una tecnica di pittura del corpo. Altrettanto irreversibili sono le scarificazioni e le ferite simboliche.
Possono essere ferite scavate o in rilievo e in casi eccezionali possono essere incrostate con pietruzze o frammenti di conchiglia.
Altre ferite sono più mirate, come sono quelle che si praticano bucando le orecchie, il naso, le labbra, le sopracciglia o le grandi labbra della vagina. In termini psico-analitici è come se gli orifizi che abbiamo non bastassero o fossero invisibili tanto da doverli sottolineare. Dunque, fessure naturali, fessure artificiali, è come se la cultura intervenisse a sottolineare la natura per renderla più eloquente. O, detto altrimenti, è come se gli ornamenti rendessero socialmente accettabile la bestialità delle mucose e consolidassero le apparenze.
Un caso estremo è costituito dalle donne Kayan che vivono in Birmania e che noi chiamiamo donne-giraffa. Fin da bambine portano delle collane di metallo che vengono successivamente aggiunte e che abbassando le spalle e deformando lo scheletro danno l’impressione che il loro collo si sia allungato
Altri casi di cui abbiamo fatto cenno riguardano la limatura o l’estrazione dei denti, la scarificazione con l’introduzione di pietre o metalli, la deformazione del cranio, dei piedi o della gabbia toracica.
Ma per finire il nostro schema è importante ricordare la chirurgia estetica il cui uso si sta allargando a vista d’occhio. Essa ha un duplice scopo, fermare gli effetti del tempo, rettificare le forme in funzione di un’immagine ideale.
In tutte queste trasformazioni gioca un ruolo essenziale il dolore che appare come un riscatto da pagare per fuggire lo stato di natura.
Infine, vanno ricordati, sia pure di sfuggita i rituali funerari.
Ogni cultura a elaborato i suoi e spesso sono molto complessi, dall’imbalsamazione degli egizi all’ibernazione o crioconservazione dei cadaveri, abbastanza diffusa sia negli Stati Uniti che in Russia. Una follia da fantascienza, non per caso il fondatore del Cryonic Institute era uno scrittore di fantascienza, Robert Ettinger, era, perché è morto e si è fatto congelare.
Sostanzialmente le pratiche sul corpo morto hanno due finalità. Esorcizzare la morte tramite l’incenerimento della salma. Costruire una parodia della vita sottoponendo a maquillage il corpo e soprattutto il viso del defunto e poi seppellirlo.
Una nota sulla chirurgia estetica.
Al di là di ciò che può appare al buon senso per la sociologia la chirurgia estetica, in particolare quella plastica, è una manifestazione violenta delle tendenze alle mutilazioni rituali del mondo occidentale. Mascherata dalla sua dimensione medico-clinica rappresenta un fenomeno culturale molto dibattuto. Per alcuni è un’inutile vanità, un lusso privo di senso, per altri uno strumento che consente un riequilibrio della personalità, un modo per stare meglio con se stessi.
L’analisi statistica rivela che questa chirurgia coinvolge soprattutto la popolazione urbana di cui gli uomini rappresentano il venticinque per cento circa. Le categorie sociali più rappresentate sono quelle ai margini delle categorie attive. Ricorrono a questa chirurgia soprattutto donne senza una professione o donne dello show–business, celibi e nubili, persone di una certa età, divorziati e vedove. Il tipo d’intervento è rivelatore. Per le donne sono i seni, il ventre, il volto seguito da interventi specifici agli occhi, alle labbra al naso. Meno frequenti gli interventi alle orecchie.
Per gli uomini invece i due interventi più diffusi sono il trapianto di capelli e le orecchie a sventola, seguiti dalle borse agli occhi.
Da queste pratiche la prima costatazione che emerge è il desiderio di voler a tutti i costi adeguarsi ai criteri di bellezza del momento che spesso ricalcano quelli che la moda definisce ariani.
Vale a dire, naso dritto e fine, orecchie strette alla testa, niente asimmetrie sul volto, o meglio, niente naso ebreo o naso a patata e niente labbra negroidi, niente mento troppo pronunciato.
Si è costatato che quando questi interventi riguardano degli adolescenti essi sono spesso vissuti come dei riti di passaggio verso l’età adulta.
Quando riguardano individui in età adulta sono vissuti come una battaglia contro l’invecchiamento.
Viviamo in una società che rifiuta l’invecchiamento e i suoi segni. La caccia alle rughe comincia in modo soft con le creme per poi prendere la rincorsa con la violenza chirurgica a base di ospedalizzazione, anestesie, bisturi, convalescenza. È una guerra patetica che nega la fatalità.
I seni vogliono restare sollevati, il ventre piatto, la pelle liscia, il mento senza raddoppiamenti.
La guerra per conservare il potere di seduzione è disperante. È una guerra dominata dalle apparenze ideali.
La ricerca della seduzione non è la motivazione esclusiva. Spesso il ricorso alla chirurgia si pratica per sé stessi. Vale a dire rappresenta un cedimento ad una feticizzazione del proprio corpo che si accompagna ad una insidiosa patologia della personalità, il narcisismo.
Perché questo interessa la sociologia?
Perché questa forma di autoerotismo finisce prima o poi per avere risvolti sociali più o meno gravi. Inchieste condotte negli USA e in Giappone hanno messo in luce che un buon aspetto favorisce la carriera, facilità i rapporti, promuove la vita sessuale a dispetto di altre qualità.
Delle ricerche condotte sulle riviste femminili hanno messo in luce che la donna ideale non deve avere o sembrare di avere più di venticinque anni, deve essere di tipo nordico o tutt’al più esotico,
avere un lavoro creativo – giornalista, fotografa, donna d’affari, al limite, sposata con un creativo o uno sportivo. Di contro vecchiaia e bruttezza demoralizzano.
Il dolore che provoca la chirurgia estetica è in questi casi vissuto come una rivolta, è giudicato liberatorio. I canditati a questi interventi come confessano ai chirurgi hanno due nemici, la fotografia e gli specchi, dopo l’intervento più del novanta per cento degli operati distrugge tutte le immagini che lo ritraggono prima dell’intervento.
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