I NON-LUOGHI, UN APPUNTO.
L’espressione di non-luoghi è stata coniata dall’antropologo francese Marc Augé che nel 1992 pubblicò un libro con questo titolo, sottotitolato: introduzione ad una antropologia della surmodernità. Augé, oggi direttore della “Scuola di Studi Superiori di Scienze Sociali”, prima di questa pubblicazione aveva effettuato numerose ricerche sul campo in Africa, soprattutto in Costa d’Avorio e Togo e in Sud America. Tornato in patria, ebbe l’idea di applicare gli stessi metodi di studio sul campo alla realtà parigina, vale a dire, si pose il problema di esaminare la modernità del mondo occidentale dal punto di vista di chi viene da lontano, con gli occhi di chi la vede per la prima volta. In pratica, Augé si propose di considerare il “qui” ed “ora” dei luoghi senza preconcetti.
Questa ottica gli consentì, tra l’altro, di portare alla ribalta alcuni aspetti critici della realtà metropolitana, come il notevole aumento della solitudine delle persone, nonostante l’evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa. Il rilievo più importante che questa indagine mise in luce è legato alla fisionomia di certi spazi urbani che egli definì dei non-luoghi, ovverosia, spazi pubblici o aperti al pubblico utilizzati per usi diversi, anonimi e stereotipati, privi di una dimensione storica e senza il calore del vissuto, frequentati da individui soli o gruppi di persone in transito, che non si relazionano tra di loro. Quali sono questi spazi?
Sono gli aeroporti, le stazioni, i grandi alberghi, le autostrade e i loro posti di ristoro, gli svincoli stradali della periferia metropolitana, i centri commerciali, gli ipermercati, i grandi magazzini.
Entriamo nel dettaglio.
Questo neologismo di non-luoghi definisce due concetti complementari quali sono il luogo – costruito con una destinazione d’uso specifica – e il rapporto che viene ad instaurarsi con chi ci transita, con i suoi utenti, con coloro che attraversano questo spazio.
L’espressione di non–luoghi, in questo senso, vuole contrapporsi ai luoghi antropologici classici, come sono i luoghi vissuti dagli uomini, le agorà, le piazze di paese, i mercati contadini. Essi sono, nella realtà metropolitana, un’espressione importante delle strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone, dei beni e delle merci (come gli aeroporti, i raccordi e gli svincoli stradali, le autostrade). In questo senso, fanno parte dei non-luoghi anche i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, i campi profughi, le grandi fiere campionarie, eccetera.
In sostanza sono gli spazi in cui le singole persone, con i loro problemi e la loro solitudine, s’incrociano senza mai entrare in relazione, il più delle volte sospinti dal desiderio di muoversi, mostrarsi, consumare, accelerare le operazioni della vita quotidiana.
Un imperativo, nel comportamento ossessivo-compulsivo del consumatore, è caratterizzato dal bisogno di efficienza, che induce a preferire i luoghi in cui gli acquisti possono essere concentrati, risolti in un’unica mossa consolatoria, come sono per esempio gli acquisti dei beni, anche alimentari, concentrati nel megastore.
Afferma Marc Augé, questi non–luoghi sono un’espressione della surmodernità. Vale a dire essi non sono in grado d’integrare e d’integrarsi con i luoghi storici della città, anzi spesso entrano in conflitto con essi banalizzandoli, in pratica, devalorizzandoli alla stregua di curiosità per studiosi, come sono i musei o i palazzi antichi. Luoghi che non sanno rispondere alla logica dello spettacolo che domina la modernità. Perché?
Perché la surmodernità è l’effetto combinato:
Di un’accelerazione del tempo e degli avvenimenti che spesso finiscono per sovrapporsi o contraddirsi.
Di una banalizzazione dello spazio spesso connesso con il suo rimpicciolimento (psicologico) derivato dalla velocità con il quale lo si percorre.
Di un irrigidimento dell’individualità degli utenti dei non-luoghi in un ruolo preformato.
In questo modo, la surmodernità è, allo stesso tempo, un eccesso di senso paradossalmente reso evidente da un caos diffuso.
Conclude Augé, per questo i non-luoghi sono lo spazio deputato della surmodernità.
Un altro carattere dei non-luoghi è di massificare la cultura egemone e le sub-culture che in essi confluiscono senza minimamente integrarle tra di loro, anzi spesse volte, quando non c’è un risvolto economico, questa massificazione si muove in direzione di una esasperazione delle differenze o in una ghettizzazione delle sub-culture.
Lo vediamo bene a proposito del cibo, che per secoli ed in ogni parte del mondo è stato ed è un fattore essenziale nei processi di socializzazione.
In ogni centro commerciale possiamo facilmente trovare un offerta differenziata di cibi – da quelli standardizzati dalle grandi multinazionali al cibo etnico a quello biologico o naturista – tutti però rigorosamente separati l’uno dall’altro senza possibilità di fusione, contaminazione, integrazione.
In pratica è come se tutto il mondo fosse in qualche modo risucchiato dai non-luoghi per meglio dividersi.
Un altro carattere dei non-luoghi è legato al tempo. I non-luoghi sono concentrati esclusivamente sul presente. Essi non conoscono nessun altra dimensione temporale. Riflettono la precarietà che domina la modernità, abituandoci ad essa. Non per caso nei non-luoghi si transita ma non si abita.
Ancora, i non-luoghi sono tra di loro vistosamente differenti sono per delle insignificanti sfumature, nella realtà è difficile distinguerli.
Sono costruiti su un’idea di spazio standard comune a tutto il “mondo commercializzato”, uno spazio che sembra disordinato, ma non è così, perché se lo si osserva con attenzione si vede che è calcolato con precisione maniacale in ogni suo aspetto, dai volumi alle luci, alla lunghezza dei percorsi, dall’intensità dei suoni ai luoghi di sosta, ai sistemi informativi che orientano il visitatore.
Sono spazi efficienti, moderni e coerenti dal punto di vista ergonomico, dalle porte automatiche, al condizionamento del clima, addirittura alle aree odorose che identificano i vari comparti.
Sono anche spazi omogeneizzati che offrono – con la formula del franchising – la ripetizione infinita di strutture commerciali simili tra di loro che devono creare l’illusione di poter scegliere.
Perché i non-luoghi hanno questo assetto percettivo?
Perché gli utenti, i passeggeri, chi transita in questi non-luoghi devono essere rassicurati sul fatto di poter trovare in qualsiasi parte del mondo gli stessi stereotipi compositivi. Devono sentirsi sicuri di ritrovare la propria catena di fast-food, le marche e i prodotti commerciali che amano, la stessa disposizione degli spazi, le stesse regole di circolazione, le stesse norme di comportamento, gli stessi volumi, gli stessi suoni, rumori e musiche.
Qui, siamo in presenza di un altro dei paradossi funzionali dei non-luoghi. Il viaggiatore in transito in un paese sconosciuto, dunque, in qualche modo disorientato, ritrova nell’anonimato dei non-luoghi – come sono gli aeroporti, la stazioni di servizio, le autostrade – un motivo di conforto e di sicurezza.
Nei non-luoghi, si comunica con una neolingua, si “parla” attraverso i simboli, vale a dire, la segnaletica unificata, le parole d’ordine, vietato fumare, non superare la striscia bianca, svoltare a destra, vietato sostare, eccetera. Le voci preregistrate, suadenti e femminili specialmente quando contengono inviti, nella lingua del luogo che contiene il non-luogo e sempre più spesso in un inglese basico.
In questo modo nei non-luoghi non c’è spazio per i ruoli personali. Tutto si organizza sulla triade utenti, consumatori o fruitori e servizi. Questi utenti sono l’uomo medio, l’uomo generico o se volete, l’uomo senza qualità e distinzione o, che accetta di essere considerato tale.
In questo senso nei non-luoghi si è individui anonimi e in questa condizione c’è il marchio di una libertà perversa posta al servizio del consumo. Non c’è mai un contatto interpersonale, una conoscenza individuale, spontanea o costruita su una reciproca interazione di valori. Nei non-luoghi non ci sono nemmeno i gruppi sociali, tutt’al più branchi che di solito, però, essendo consumatori mediocri sono confinati a sostare sugli ingressi, come a presidiarlo.
Cambiamo prospettiva. Se andiamo dal centro urbano di una qualunque città occidentale verso la periferia la forma della città si eclissa e si sfalda. In pratica un continuum senza ordine assume progressivamente la forma di una rete punteggiata da infrastrutture. In questo modo, ai luoghi urbani, intesi in chiave morfologica e concettuale, si contrappongono i non-luoghi della metropoli diffusa disegnata dalla forma immateriale delle reti. Questi non-luoghi, dicono gli urbanisti, si sono in qualche modo sovrapposti alle eterotopie, cioè, alle realtà de-territorializzate di un tempo, alle zone di transito che una volta rendevano povera la periferia.
Se si osserva bene c’è, dunque, una perdita di centro – topografico e sentimentale – dello spazio urbano e l’avanzare di nuove centralità che in qualche modo lo rifiutano. Sono centralità che si organizzano soprattutto lungo gli assi delle infrastrutture del commercio e della residenza.
Queste nuove centralità hanno un carattere nomade, che si misura sulla distanza dal centro storico., Tendono a privilegiare la breve durata, l’effimero. cioè, non aspirano a diventare dei monumenti di memoria. Si caratterizzano, per la loro capacità di sopravvivenza, per la loro capacità di trasformarsi rapidamente, in modo di resistere all’obsolescenza, al deperimento e all’abbandono.
In questo senso questi non-luoghi hanno una notevole capacità di adattamento e di riconversione che li rende unici. Per concludere sono luoghi non abituali, non permanenti, soggetti alla logica delle mode e della fruizione “mordi e fuggi”. Con un certo pessimismo sono stati definiti come dei paesaggi della dispersione, isole in cui confluiscono disperazione e conforto, perché da una parte hanno abolito i confini classici della città, dall’altra hanno aumentato i conflitti e contribuito a costruire aree di scontro sociale.
Topofilia e topofobia sono due concetti elaborati da Gaston Bachelard. Gli spazi infatti oltre ad essere belli o brutti, si amano o di detestano, interagiscono con le nostre emozioni e i nostri sentimenti. In ogni caso è sempre difficile giudicarli, se non altro perché noi ci siamo dentro. In alcuni, poi, ci viviamo e spesso li definiamo spazi natali, altri li attraversiamo, li viviamo in transito, come sono i non-luoghi nella definizione di Marc Augé. Tra questi non luoghi spiccano per la loro importanza i cosiddetti centri commerciali e più in generale i mall. Vale a dire quelle aree pedonalizzate in cui troviamo uno o più luoghi di commercio o shopping mall.
Tecnicamente i centri commerciali sono uno o più edifici in cui si concentrano numerose attività commerciali, dai negozi di merci, ai cinema, alle piscine, ai ristoranti, alle sale gioco. Sorgono in genere nelle periferie ed hanno lo scopo di concentrare in un unico spazio un considerevole numero di attività diverse. Quasi tutti sono pensati per essere penetrati con l’automobile, hanno un’ampia accessibilità e grandi parcheggi. Il cuore dei centri commerciali classici, quelli che cominciarono a sorgere in Italia verso gli anni ’80, è costituito da un ipermercato che fa da traino alle altre attività di commercio. Quando aprì al pubblico nel 1990 il centro commerciale Le Piramidi vicino Vicenza, considerato il più grande, aveva circa centocinquanta negozi. Oggi Le Gru di Torino, l’Oriocenter ad Orio, Euroma a Roma, per citare i più popolari, hanno circa trecento negozi ciascuno. C’è poi da osservare che per ragioni di politica del territorio i centri commerciali oggi sorgono soprattutto nelle cosiddette aree dismesse industriali.
In Europa è stata Parigi la prima città ad avere le prime galerie marchande di una certa importanza a partire dalla metà dell’800. Per restare in Italia la galleria Vittorio Emanuele, inaugurata nel 1878 e costruita dal Mengoni – che precipitò al suolo da una impalcatura proprio il giorno dell’inaugurazione – è l’esempio più importante. Poi verranno i magazzini di Mosca e la Cleveland Arcade in America, un edificio lungo trecento metri a cinque piani, inaugurato nel 1890.
I primi centri commerciali in senso moderno sono americani, sono il Lake Wiew Store di Dulath nel Minnesota, costruito nel 1915, il Market Square di Lake Forest nell’Illinois e il Country Club Plaza di Kansas City, di qualche anno più tardi.
Il concetto di mall, invece, è più recente. Risale agli anni ’50. L’idea fu di Victor Gruen, un ebreo viennese, che per primo costruì il Northland Shopping Center alla periferia di Detroit. I primi mall erano a cielo aperto. Il primo completamente coperto e climatizzato fu il Southdale Center a Edina, nel Minnesota. In Europa i mall compaiono negli anni ’60, il primo in assoluto è francese, vicino a Versailles. Quello più simile ai modelli americani, invece e quello di Englos, sempre in Francia alla periferia di Lille. Negli anni ’90, poi, si scatenerà in tutto il mondo la corsa ai centri commerciali con un solo obiettivo, farli più grandi possibili. Uno di questi è nella provincia di Alberta tra Stati Uniti e Canada, è il West Edmonton Mall. Altri verranno alla periferia di Filadelfia, in Inghilterra, nel Sud Est asiatico.
Oggi, il più grande del mondo è il South China Mall, a Dongguan in Cina. Contiene millecinquecento negozi al dettaglio più altre attività di servizio o di loisir e copre una superficie di seicentomila metri quadrati. Tanto per intenderci, la superficie di ben centocinquanta campi di calcio. L’architettura di questi edifici, grazie alle nuove tecniche di costruzione e ai nuovi materiali, è improntata ad una idea infantile di futuro, ad una visione dell’architettura disegnata tipica dei fumetti, efficace per stimolare, in prima battuta, un sentimento di meraviglia e di potenza.
Qual è il futuro di questi particolari non-luoghi? Per alcuni la loro espansione continuerà ancora per molto e si diversificherà in modi che per ora non possiamo prevedere. Unica condizione è che permanga la domanda, cioè, la figura del consumatore. Per esempio, da un anno a questa parte si è diffuso il Mall Walking come una disciplina sportiva vera e propria. Si tratta di usare il centro commerciale come un percorso ginnico, sia per la semplice marcia, sia con ostacoli. Insomma è un nuovo modo di fare “fitness”, per di più economico. In alcuni centri commerciali americani si stanno addirittura selezionando percorsi attraverso i vari corridoi che tengano conto dell’età del consumatore e del grado di difficoltà degli ostacoli da affrontare.
Un’altra iniziativa che ha coinvolto i mall è legata alla realtà virtuale. Vale a dire si è costituito in rete Virtuy, il primo shopping mall virtuale di Second Life. L’obiettivo di questa iniziativa è quello dell’aggregazione. Con la scusa di visitare un mall le persone che navigano s’incontrano.
Va da sé che questi incontri hanno dei parametri completamente diversi da quelli che formano la socialità classica e sono sempre fondati sulla dimensione dell’individuo consumatore. Quindi possono risultare qualche volta divertenti, ma alienanti per le persone deboli, i vecchi soli e i bambini. I pessimisti invece sostengono che i centri commerciali non sono altro che i castelli dei pifferai magici, non-luoghi che succhiano energie e distruggono il territorio. Sono le capitali delle merci sempre più inutili e scadenti, che alterano la relazione tra qualità e prezzo, esposte in modo da generare un impulso all’acquisto. Questi non-luoghi fanno il vuoto sociale intorno a loro, danneggiano l’ambiente, inquinano. Un inquinamento fisico, che comincia con il monossido di carbonio, ozono e idrocarburi originati dal traffico che, in genere, tende a crescere al di sopra delle possibilità viarie del luogo, per finire all’inquinamento acustico, e un inquinamento psicologico, che induce i consumatori in transito a spese eccessive e ad alterare le priorità nell’acquisto dei beni necessari. Infatti, quello che più conta degli individui di questi non-luoghi è solo la loro capacità di spesa. Infine, per molti, la stessa dilatazione smisurata dei tempi di apertura è un pericolo e una falsa risposta ai problemi della qualità della vita, perché il tempo passato in un mall non è certo un tempo di cui la vita si riappropria come tempo libero.